venerdì 29 maggio 2015

Le immagini di Malick Sidibé

"Mio padre ha visto per la prima volta la sua immagine riflessa nell’acqua. La fotografia è un modo per vivere a lungo, anche dopo la propria morte. Io credo al potere dell’immagine: è per questo che ho passato tutta la vita a cercare di ritrarre le persone nel miglior modo possibile, di restituire loro tutta la bellezza che potevo".
Normalmente conosciamo l’Africa attraverso fotografie che raccontano una realtà fatta di problemi, fame e malattie. Malick Sidibé ha avuto il merito di documentare con dedizione e costanza, nel corso di numerosi anni, l'atmosfera e la vitalità di una capitale africana in un periodo di grande effervescenza. Il lavoro di Sidibé attraversa la transizione verso l'indipendenza e la trasformazione del Mali da colonia francese, a  Paese indipendente che guarda verso l'Occidente. 
Nato nel 1936 nel piccolo villaggio di Soloba (Bamako, Mali), Sidibé è considerato un punto di riferimento della fotografia africana. Dopo aver terminato la scuola nel 1952, Malik studia gioielleria e pittura presso l'École des Artisans Soudanais di Bamako. Nel 1956 diventa apprendista del fotografo francese Gérard Guillat. Inizia a fotografare la vita di Bamako, catturando lo spirito degli abitanti della città, concentrandosi sulla cultura giovanile e le serate danzanti nella capitale del Mali. 
Nel 1958 Sidibé apre il proprio studio fotografico, una stanzetta di una manciata di metri quadrati, nel quartiere popolare di Bagadaji, dove nel corso degli anni si trovano a passare migliaia di individui e gruppi, desiderosi di avere una immagine, spesso idealizzata.  
Il lavoro di Sidibé rimane sconosciuto al di fuori del proprio paese fino agli inizi del 1990, quando il critico d'arte André Magnin, che si trovava a Bamako per visitare un altro fotografo del Mali, Seydou Keïta, viene portato erroneamente presso lo studio di Malik Sidibé. Magnin rimane affascinato dal lavoro del fotografo maliano e pubblica una monografia sul fotografo nel 1998. 
Da allora le immagini di Malik Sidibé girano, senza interruzione, in importanti esposizioni per il mondo. Nel 2003 il fotografo africano riceve l’Hasselblad Foundation International Award. Nel 2007 diventa il primo fotografo a essere premiato con il Leone d'Oro alla Biennale di Venezia.
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venerdì 15 maggio 2015

Gli ambienti interni di Candida Höfer

“Ho iniziato fotografando gli stranieri in Germania. Ero interessata su come fossero influenzati dal nostro modo di vivere. Ho notato come avessero cambiato i luoghi dove vivevano, in base alle loro esigenze e la loro comprensione di bellezza. Mi sentivo profondamente a disagio nell’introdurmi nelle loro vite, così mi sono avvicinata agli spazi. Con il tempo ho compreso che i luoghi mostrano con maggiore chiarezza il loro ruolo, se non ci sono le persone. Gli spazi parlano delle persone come vorremmo parlare di un ospite assente a una cena.
Attraverso la sua ricerca fotografica Candida Höfer  continua a ritrarre in modo sistematico e rigoroso ambienti interni di edifici pubblici e privati. Nata nel 1944 a Eberswalde, nella Provincia di Brandeburgo, Candida inizia a lavorare come fotografo ritrattista per alcuni giornali. Si iscrive alla Kunstakademie di Düsseldorf per studiare cinema nel 1973, ma ben presto decide di proseguire gli studi in fotografia (1976), diventando allieva di Bernd Becher fino al 1982. 
Influenzata dal processo di rinnovamento della fotografia documentaristica, perseguito dai coniugi Becher, Candida diventa uno degli esponenti di spicco della cosiddetta “scuola di Düsseldorf”, che ha profondamente modificato la scena e il mercato della fotografia, formando autori come Thomas Ruff, Thomas Struth e Andreas Gursky.

Le immagini di Candida Höfer  si reggono su un rigoroso equilibrio formale. Gli scatti vengono, quasi sempre, eseguiti  da un punto di vista frontale. Le colonne, i ripiani, le pareti e i soffitti creano un effetto tunnel, in cui i lati sembrano retrocedere mentre il centro sembra spostarsi in avanti verso lo spettatore. 
Musei, biblioteche, teatri, uffici, banche e palazzi storici vengono ritratti in condizione di totale assenza dell’uomo e con particolare attenzione nei confronti dei dettagli decorativi, illuminati rigorosamente dalla sola luce naturale
La fotografa tedesca costruisce una messa in scena architettonica funzionale alla rappresentazione teatrale del bello. Immagini che si caratterizzano per l’uso di un grande formato di stampa, con opere che arrivano a raggiungere i due metri e mezzo di ampiezza, permettendo allo spettatore di calarsi completamente nei particolari dell’opera. Ma grattando questa patina di magnificenza, gli spazi raccontano un profondo silenzio contemplativo
La Höfer mostra ciò che siamo a partire da ciò che occupiamo. Le persone non ci sono, ma i luoghi fotografati dalla fotografa tedesca sono stati costruiti per gli uomini. Le immagini, allora, sembrano catturare i fantasmi che si muovono attraverso questi spazi spopolati, lasciandoci le loro invisibili tracce. Paradossalmente l’uomo, nonostante la sua assenza, diventa protagonista nella mente dello spettatore che ricrea gli ambienti animandoli.
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