venerdì 15 maggio 2015

Gli ambienti interni di Candida Höfer

“Ho iniziato fotografando gli stranieri in Germania. Ero interessata su come fossero influenzati dal nostro modo di vivere. Ho notato come avessero cambiato i luoghi dove vivevano, in base alle loro esigenze e la loro comprensione di bellezza. Mi sentivo profondamente a disagio nell’introdurmi nelle loro vite, così mi sono avvicinata agli spazi. Con il tempo ho compreso che i luoghi mostrano con maggiore chiarezza il loro ruolo, se non ci sono le persone. Gli spazi parlano delle persone come vorremmo parlare di un ospite assente a una cena.
Attraverso la sua ricerca fotografica Candida Höfer  continua a ritrarre in modo sistematico e rigoroso ambienti interni di edifici pubblici e privati. Nata nel 1944 a Eberswalde, nella Provincia di Brandeburgo, Candida inizia a lavorare come fotografo ritrattista per alcuni giornali. Si iscrive alla Kunstakademie di Düsseldorf per studiare cinema nel 1973, ma ben presto decide di proseguire gli studi in fotografia (1976), diventando allieva di Bernd Becher fino al 1982. 
Influenzata dal processo di rinnovamento della fotografia documentaristica, perseguito dai coniugi Becher, Candida diventa uno degli esponenti di spicco della cosiddetta “scuola di Düsseldorf”, che ha profondamente modificato la scena e il mercato della fotografia, formando autori come Thomas Ruff, Thomas Struth e Andreas Gursky.

Le immagini di Candida Höfer  si reggono su un rigoroso equilibrio formale. Gli scatti vengono, quasi sempre, eseguiti  da un punto di vista frontale. Le colonne, i ripiani, le pareti e i soffitti creano un effetto tunnel, in cui i lati sembrano retrocedere mentre il centro sembra spostarsi in avanti verso lo spettatore. 
Musei, biblioteche, teatri, uffici, banche e palazzi storici vengono ritratti in condizione di totale assenza dell’uomo e con particolare attenzione nei confronti dei dettagli decorativi, illuminati rigorosamente dalla sola luce naturale
La fotografa tedesca costruisce una messa in scena architettonica funzionale alla rappresentazione teatrale del bello. Immagini che si caratterizzano per l’uso di un grande formato di stampa, con opere che arrivano a raggiungere i due metri e mezzo di ampiezza, permettendo allo spettatore di calarsi completamente nei particolari dell’opera. Ma grattando questa patina di magnificenza, gli spazi raccontano un profondo silenzio contemplativo
La Höfer mostra ciò che siamo a partire da ciò che occupiamo. Le persone non ci sono, ma i luoghi fotografati dalla fotografa tedesca sono stati costruiti per gli uomini. Le immagini, allora, sembrano catturare i fantasmi che si muovono attraverso questi spazi spopolati, lasciandoci le loro invisibili tracce. Paradossalmente l’uomo, nonostante la sua assenza, diventa protagonista nella mente dello spettatore che ricrea gli ambienti animandoli.

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