venerdì 28 febbraio 2014

La fotografia di Jyrki Parantainen

Il lavoro del fotografo finlandese Jyrki Parantainen vive della continua combinazione tra una messa in scena estetica e il contrasto con una realtà raccapricciante
La violenza come soggetto, attraverso l'aggressione fisica nella lotta per la giustizia e autoaffermazione o come mezzo di repressione,  appare sempre presente in una fotografia che analizza i limiti umani mediante un mix di realismo e surrealismo sociale
Jyrki Parantainen combina, spesso, immagini e testo in collage stratificati che esaminano l'equilibrio tra sogni e delusioni e tra forza e paura. Nato a Tampere nel 1962, Parantainen fa parte della stimata "Scuoladi Helsinki ", fondata dal norvegese Timothy Persons, che vanta i principali autori concettuali della fotografia finlandese. 
Professore  di fotografia dal 2006 presso l'Università di Arte e Design di Helsinki, Parantainen si è fatto conoscere tramite la serie “Dreams and Disappointments” che esplora le vulnerabilità psicologiche e fisiche degli esseri umani attraverso un approccio affascinante e esteticamente attraente. Come se stesse usando un manuale scientifico, il fotografo finlandese marca e classifica i punti di vulnerabilità e di percezione, presentandoci  forze sconosciute e dominanti che guidano ogni individuo. 
La serie "FIRE" indaga, invece, sul significato simbolico del fuoco in relazione all'arte, alla cultura, alle tradizioni e agli individui.  Il fuoco diventa allo stesso tempo, per l'autore finlandese,  processo creativo e oggetto di riflessione.  "FIRE " è  una serie consapevolmente progettata  come  ambigua.  La mitologia del fuoco è presente nelle fotografie, ma solo nello sfondo.  Le fiamme rappresentano soprattutto un mezzo per esplorare la psicologia della paura di fronte alla perdita di controllo.  
Mentre la messa in scena del set richiede una lunga preparazione, il momento dello scatto è  estremamente breve. Parantainen definisce il suo lavoro come "piromania artistica". In realtà , il fuoco a lungo evocato come elemento distruttivo,  nasconde inevitabilmente una metafora purificatrice di rinascita.
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lunedì 10 febbraio 2014

Una biennale che sa di fiera: basta pagare per esporre

"Crediamo dunque, con questa visione, che la fotografia oggi possa divenire protagonista e nuovo punto di riferimento per la nostra cultura. L’evento porrà le sue basi su una collaborazione sincera e leale tra i vari attori del panorama culturale italiano: in primis gli artisti, poi i fotolaboratori, le gallerie ed i curatori. Non desideriamo che in nessun modo possa intervenire, nelle scelte espositive, l’establishment che oggi gestisce l’arte in Italia e nel mondo. Per la prima volta si riuniranno le immagini di tutti i Fotografi contemporanei per proposta spontanea e non attraverso selezioni, che in qualche modo ne restringano e limitino la partecipazione. Il risultato sarà una vera e propria Antologia, uno spaccato della Fotografia Italiana nel senso più ampio, a dimostrazione della capacità professionale, progettuale, creativa e di ricerca. In breve: la qualità artistica della fotografia Italiana".


Mi sono imbattuto per caso nel sito della Biennale di Fotografia.  Dopo aver letto interessato questo incipit sono rimasto contrariato dal regolamento
L'idea espressa dal direttore artistico Giorgio Gregorio Grasso di porre un punto zero per una storicizzazione di un mezzo espressivo quale è la fotografia, mi sembrava accattivante, salvo poi confrontarmi con la dura realtà di un evento organizzato con tanta approssimazione, che si basa sul prestigio di un titolo, quello di Biennale, svuotato del tutto della sua essenza
Il meccanismo di iscrizione infatti è quello di una “non selezione“. Si paga  per esporre. Insomma un regolamento da fiera, che mal si adatta agli intenti annunciati. Basterà pagare 350 euro e per ogni artista ( o pseudo tale)  verranno selezionate due delle opere inviate. Ognuno avrà a disposizione uno spazio pari a 100 cm di larghezza per 200 cm di altezza. 
L'evento cosi organizzato stentiamo a credere che dia vita ad un’antologia rappresentativa, un compendio significativo dello stato della fotografia italiana contemporanea, tale da giustificare il nome di Biennale. 
Ci aspettiamo, piuttosto un risultato da calderone. Un mix senza nessun percorso tematico o qualitativo che faccia sentire più artisti i tanti fotoamatori. Un percorso che renderebbe ancora più confusa la differenza tra chi scatta un flusso automatico ed inconscio,   che costituisce memoria del solo apparecchio fotografico, e chi, attraverso una continua ricerca, comunica una sua personale visione interpretativa. 
L'evento curato da Vittorio Sgarbi, che vede la direzione artistica di Giorgio Gregorio Grasso e si avvale della collaborazione dell'Istituto italiano di Cultura, del patrocinio della RegionePiemonte e della sponsorizzazione del Corriere della Sera e di Nec si presenta, a nostro parere,  come uno schiaffo al lavoro di tanti singoli, collettivi e gruppi di lavoro che da anni contribuiscono con passione alla diffusione della cultura fotografica, creando occasioni di contatto, fra appassionati e addetti ai lavori, senza chiedere in cambio ingenti conguagli.
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mercoledì 5 febbraio 2014

Le fotografie di Daisuke Yokota

"Ricordiamo l'esperienze del passato continuamente. Ma questi ricordi che collezioniamo non sono sempre gli stessi. I ricordi  si relazionano con la condizione  del presente e durante la  loro ripetibilità vengono  influenzati da quello che ci sta accadendo. Anche se l'esperienza fisica del tempo è unica, credo che il tempo a livello cosciente possa moltiplicarsi ogni volta che uno ricordi  una memoria e le diverse esperienze dei tempi generati dalle azioni passate. Nel ricreare queste molteplici memorie per mezzo di una serie di azioni che le ricordano,   uso  le immagini come fossero dei documenti  che mi raccontano il mio  stato attuale e il mondo circostante".
Le fotografie di Daisuke Yokota creano un  immaginario inquietante,  dove memoria, tempo, presente e passato sembrano fondersi nei differenti strati della manipolazione dell'immagine
Nato a Saitama, Giappone, nel 1983. Dopo aver studiato presso il Nippon photographyInstitute, Daisuke è balzato alla ribalta grazie al premio ricevuto dal FoamTalent 2013.
L'intero processo fotografico di Daisuke Yokota rappresenta l'antitesi al concetto di pre-visualizzazione di Ansel Adams; le immagini del fotografo giapponese trovano una propria forma durante l'intero processo fotografico. Il fotografo giapponese spinge le potenzialità del procedimento di sviluppo analogico e del print-making all'estremo, introducendo imperfezioni e rumore visivo nelle foto,  sottolineando l'incapacità del mezzo di rappresentare eventi passati in modo preciso o veritiero. 
 A volte è difficile distinguere i dettagli delle fotografie in bianco e nero. Così, di fronte all'astrazione che incombe, vaghiamo alla ricerca dei segni che appaiono distinguibili nel buio, trovando di tanto in tanto qualcosa ci rilevi una via da seguire. Ogni spettatore, allora, interagisce con l'immagine creandosi un personale percorso
Vi consiglio di dare uno sguardo al sito dell'artista per una visione completa della sua opera.
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