lunedì 28 gennaio 2013

Lettura di portfolio organizzata dal New York Times

La prima edizione del New York Photography Portfolio Review rappresenta una delle più grandi occasioni per i giovani fotografi. Organizzata dal Blog del New York Times: Lens, darà la possibilità a un gruppo di 160 fotografi di incontrarsi con editor, curatori, case editrici e galleristi. 
Una due giorni fissata per il 13 e 14 aprile 2013, negli spazi dell'Università di giornalismo di New York sulla West 40th Street a Manhattan. Per rientrare nella lista dei fortunati, che verranno selezionati dai photo editor del Times, basta inviare entro le 23:59 (ora americana) di mercoledì 13 febbraio 2013, non più di 20 immagini di uno o due progetti fotografici, in formato Jpg che non superino i 5 MB ciascuna, corredate di una breve descrizione del progetto, non superiore alle 250 parole e una biografia di non più di 150 parole. 
Perché non provarci?
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mercoledì 23 gennaio 2013

La visione personale nel linguaggio fotografico

C'è ancora spazio per la libertà dell'uomo in un mondo in cui l'immagine si fa sempre più simbolo vuoto, in cui la tecnologia e le macchine si impossessano sempre di più del quotidiano e i pensieri e i desideri sembrano robotizzarsi? Ogni fotogramma rappresenta un istante rubato, sottratto alla totalità e alla continuità del flusso, a cui decidiamo donare una nuova vita. Lo scatto dell’otturatore è una "catastrofe" che spesso consumiamo senza la necessaria "sofferenza". La fotografia, infatti, consiste in una ricerca costante per dare rappresentabilità alle nostre emozioni. Mano a mano che scopriamo il mondo esteriore, scaviamo di più nel nostro interiore.
Foto di  William Eggleston
Se è vero che l'immagine fotografica è legata al proprio referente tanto che, per esistere, non può farne a meno, allo stesso tempo fotografare è un atto che prevede molte scelte, nessuna delle quali risulta innocente. La fotografia non si limita a copiare e a riprodurre il referente reale, ma in qualche modo lo ripresenta e, registrandone un' essenza visiva soggettiva, lo ripropone allo spettatore secondo una nuova significante. Molti, tuttavia, ritengono che la macchina fotografica imponga pesanti costrizioni della creatività umana. La prova contraria a questa tesi è data dal fatto che innumerevoli fotografie scattate nelle medesime condizioni ottiche non daranno mai risultati identici.
Foto di William Eggleston
Negli ultimi anni stiamo assistendo, grazie al fenomeno della democratizzazione degli strumenti fotografici, a un costante ampliarsi di interesse di fronte alla fotografia. Tuttavia, si sta diffondendo una banalizzazione del valore stesso dell'immagine. Benché la macchina fotografica si fondi su principi scientifici e tecnici molto complessi, può essere utilizzata da qualsiasi persona in modo abbastanza semplice. Altrettanto facile è acquisire competenze tecniche fotografiche. Risulta, tuttavia, molto difficile esprimere ed apportare una visione personale al linguaggio. Scorrono così centinaia, migliaia di immagini sempre più uguali tra loro, dove la cifra stilistica diventa sempre più anonima. Questo costante bombardamento, al quali siamo sottoposti, produce effetti destabilizzanti e, al posto di creare confronto, provoca incertezza, aumentando il senso di incapacità di giudicare qualsiasi cosa non sia mera espressione della novità tecnologica. Di fronte a questa tendenza all'omologazione, al trionfo del mezzo sulla persona, bisognerebbe avere il coraggio di riscoprire l'importanza del comunicare con immagini. Espandere l’immaginario, cercando dentro noi stessi risposte che manuali di tecnica o tutorial di Photoshop non possono darci.
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venerdì 18 gennaio 2013

La fotografia antropologica di Rafael Sanz Lobato

"Il momento in cui troviamo una situazione o una persona che stavamo cercando, non ha prezzo". 
Per parecchio tempo, il lavoro di Rafael Sanz Lobato è rimasto nascosto alle grandi istituzioni e al grande pubblico. Nonostante ciò, Sanz Lobato viene considerato il pioniere della fotografia antropologica spagnola. Nel suo lavoro si fondono approccio documentario, osservazione antropologica e fotogiornalismo.
Nato a Siviglia nel 1932, si trasferisce a Madrid con la famiglia nel 1941. Dipinge fino all'età di 15 anni, poi, nel 1956 acquista la prima macchina fotografica. Nel 1964 entra a far parte della Real Sociedad Fotográfica di Madrid. Nel 1965 fonda, con altri fotografi (Carlos Miguel Martínez, Donato de Blas, Nieto Canedo, Serapio Carreño, Mordí Landa, Carlos H.Corcho Botella e José Blanco Pernía) il gruppo “La Colmena” , e successivamente il “Grupo 5 ” (con Vila Massip, Sanchís Soler, Juan Antonio Sáez López e Carlos Hernández Corcho). 
Il lavoro del fotografo andaluso si inquadra in quello della generazione di fotografi che, tra gli anni 50 e 70, fece da ponte tra la nuova avanguardia neorealista del dopoguerra e i nuovi metodi di osservazione fotografica nati dopo il 1968. Nel 2004 Lobato riceve la Medaglia d’oro al Merito nelle Belle Arti e nel 2011 il Ministero della Cultura Spagnola gli conferisce il prestigioso Premio Nazionale di Fotografia
L'opera di Sanz Lobato ha il merito di aver lasciato traccia di  scene campestri, feste tradizionali e folcloristiche di una Spagna che non c'è più.  La straordinaria sensibilità del fotografo spagnolo è riuscita, attraverso un'enorme e rigorosa mole di lavoro, non solo a documentarne le trasformazioni, ma anche a catturarne i sentimenti,  i paesaggi e i volti, ergendoli a metafora poetica del dramma e della bellezza di un mondo ormai passato.
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mercoledì 9 gennaio 2013

Il Giappone di Shomei Tomatsu

"Non è mai la verità che tu fotografi, ma il presente. Il tempo in cui scatti si manifesta attraverso l'immagine, con o senza la consapevolezza del fotografo". 
A volte brillantemente surreali, sempre con un occhio documentario spietato, le immagini di Shomei Tomatsu hanno colto il flusso del cambiamento del Giappone dopoguerra. Dalle cicatrici indelebili della bomba atomica, all'americanizzazione del Paese, dalla ricostruzione e il boom economico degli anni '60, alle proteste studentesche, Tomatsu ha documentato i cambianti sociali e culturali che hanno accompagnato la societa' del Sol Levante negli ultimi 60 anni. 
Il fotografo giapponese, morto all'età di 82 anni, lo scorso 14 dicembre per una polmonite nell'ospedale di Naha, capoluogo della provincia di Okinawa, è considerato, non a caso, il padre della ''nuova fotografia giapponese''. Nato a Nagoyao il 16 gennaio del 1930, viene notato nel 1952 quando manda alcune fotografie al concorso mensile della rivista Camera. Nel 1954 diventa membro dello staff fotografico della biblioteca Iwanami e realizza una serie di progetti come Flood Damage, Japanese People e Seto-Pottery Town. Nel 1959 Tomatsu fonda, insieme a Ikko Narahara e Eikoh Hosoe l'agenzia fotografica Vivo.
 Nel 1960 gli viene commissionato un reportage sugli hibakusha, i sopravvissuti alla distruzione della città di Nagasaki. Il fotografo giapponese si trova a testimoniare le ferite devastanti della bomba atomica, quindici anni dopo l'evento. Tomatsu offre nei suoi scatti una sottile interpretazione di ciò che la bomba atomica aveva significato per il popolo giapponese. 
Accanto a una serie di immagini che guardano direttamente alla crudeltà e la ferocia della guerra, immagini che rappresentano l'orrore attraverso i volti sfigurati dei sopravvissuti e le malformazioni dei nuovi nati, Tomatsu si concentra soprattutto sugli oggetti, scegliendoli come metafora del sentimento di rimozione, indignazione e rabbia del popolo giapponese. 
L'orologio da polso semi-fuso dal calore e fermo con le lancette alle 11:02, l'ora dell'esplosione, la statua dell'angelo senza più volto, una bottiglia deformata da apparire grottescamente simile a una carcassa.
L’approccio radicale di Tomatsu, a mano libera, libero dai canoni dell'inquadratura, ha trasformato l’idea stessa della fotografia in Giappone. Tomatsu che si è sempre definito come "un puro interprete del tempo presente"; non sembra nei suoi scatti interessato a fermare il tempo, quanto a celebrarlo, mediante, ogni volta, una lettura diversa.
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sabato 5 gennaio 2013

Le sperimentazioni fotografiche di Stephen Gill

Con un lavoro ibrido tra la ricerca documentaria e l'arte concettuale, Stephen Gill esplora ripetutamente la società servendosi della catalogazione e della serialità. Collegando sorprendentemente gli elementi del caos urbano con quelli più lirici, il fotografo inglese dà vita a un archivio misterioso e intrigante.
Nato a Bristol nel 1971, Gill viene introdotto alla fotografia già in tenera età. Il padre, appassionato fotografo, gli insegna presto a sviluppare e stampare le immagini nella camera oscura della soffitta. Mentre frequenta ancora la scuola, Stephen Gill inizia a collaborare con un fotografo locale e nel 1992 si iscrive al corso di fotografia base del Filton College di Bristol.
 Si trasferisce a Londra per lavorare presso la agenzia fotografica Magnum, prima come stagista e poi a tempo pieno. Nel 1997 la lascia, iniziando una carriera di freelance. Il lavoro del fotografo inglese è affascinante e illuminante. Attraverso una costante sperimentazione e un'ironia sobria, i ritratti e i paesaggi di Gill ritrovano il gusto ingenuo delle vecchie serie di studi di campo. 
Tuttavia, la sua indagine non si ferma alla catalogazione e alla conseguente possibilità di paragone. Le sue immagini rivelano una sensibilità di espressione e d'immaginazione creativa unica
Servendosi ora di una fotocamera a basso costo con una lente di plastica, comprata al mercato delle pulci in Hackney Wick per 50 pence, ora di piante, fiori e semi ri-fotografati per dare vita a collage tridimensionali, ora interrando le stampe, al fine di consentire allo stesso luogo di lasciare segno visibile del decadimento, ora mettendo oggetti o creature viventi all'interno della sua macchina fotografica, la sua opera abbraccia l'imperfezione e il caso, con uno stile frammentario, pittorico e onirico, dove il libro, diventa non solo un guscio dove ospitare gli scatti, ma soprattutto l'espressione finale dell'immagine. Da qui l'importanza di auto produrlo a proprio piacimento e secondo un approccio tattile.
 Vi consiglio di dare uno sguardo al sito dell'artista per avere una visione completa della sua opera.
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