martedì 25 settembre 2012

I soldati di Suzanne Opton

"Nei ritratti dei soldati ho voluto dare luce a volti di giovani che hanno visto qualcosa di indimenticabile. Ho chiesto a ogni soldato di mettere la testa sul tavolo al fine di creare un'immagine provocatoria che mostri la solitudine e la vulnerabilità di chi torna da una guerra".   

Suzanne Opton nasce nel 1950 a Portland. Dopo aver studiato filosofia, si avvicina alla fotografia da autodidatta. Attualmente vive a New York, dove insegna presso il Centro Internazionale di Fotografia (ICP)
Con la serie "Soldier" la Opton riesce a coglier la fragilità umana dei soldati, attraverso dei ritratti di giovani militari tornati dal fronte iracheno e afghano. Mediante una posa alquanto peculiare, la fotografa americana rende visibili le cicatrici dell'anima che lo scontro bellico inevitabilmente infligge. La testa dei soldati viene ritratta appoggiata su un tavolo, come se il corpo avesse perso la linfa vitale e lo sguardo si perdesse nel vuoto. 
 Piuttosto che limitarsi a esporre le immagini in una galleria, dove avrebbero raggiunto un pubblico limitato, la Opton ha esposto le fotografie su cartelloni pubblicitari in tutto il paese, riscuotendo reazioni polemiche e apprezzamenti. In "Many Wars" Suzanne Opton continua il racconto riguardante i soldati, concentrandosi sulla sindrome post-traumatica da stress
I soldati appaiono avvolti in una coperta pesante, come l'eredità di una guerra mai terminata. Ritratti fragili, intimi, dei ricoverati per disturbi da DPTS, in una clinica medica per veterani nel Vermont. 
Vi consiglio di dare uno sguardo al sito dell'artista per avere una visione completa della sua opera.
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mercoledì 19 settembre 2012

I corpi nudi di Mona Kuhn

Mona Kuhn è una delle voci più significative nell’ambito della fotografia contemporanea. Nata a São Paulo, in Brasile, nel 1969 da una famiglia di orgine tedesca, Mona Kuhn si trasferisce ben presto negli Stati Uniti.
Qui riceve il BA presso la Ohio State University, prima di approfondire i suoi studi presso la San Francisco Art Institute nel 1996 e il Getty Research Institute di Los Angeles nel 1999. Un' opera legata al corpo e alla ricerca della identità
Immagini eleganti, intime, profondamente estetiche che ritraggono forme armoniose che traspirano una costante bellezza interiore. Kuhn sfoca i contorni corporei, ora ammorbidendoli con giochi di luci e ombre, ora stravolgendoli per nasconderne le fattezze. 
 Fotografie dove predomina l'assenza del movimento, dove la nudità diventa una forma naturale, onesta e diretta per raccontare il confronto col il passato, le gioie di un istante, l'universo, la natura e la vita. Il tema del corpo, viene affrontato prima in bianco e nero (dal 1996 al 2002), poi a colori, nelle tre serie successive France (2002-2008), Brazil (2009) e Venezia (2010). 
Nel volume “Evidence”, che racchiude le immagini francesi, Mona Kuhn fotografa amici, durante i pomeriggi assolati e spensierati di un paradiso naturista. Scatti dall'intimità silenziosa, immersi in una luce dolce ed equilibrata.
Con il volume “Native”, la Kuhn ritorna in Brasile, attraverso una visita che rappresenta una riconciliazione con il passato. Immagini permeate da un'atmosfera di sottile malinconia e mistero fanno da cornice a corpi che si fondono con la natura dell'amazzonia. Lo studio del corpo femminile è al centro del progetto ambientato a Venezia. 
Anche qui la natura entra in simbiosi con il corpo, attraverso un dialogo osmotico, dove la stessa appare spoglia senza protezione né barriere. 
Vi consiglio di dare uno sguardo al sito dell'artista per avere una visione completa della sua opera.
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giovedì 13 settembre 2012

Christian Tagliavini: ritratti attraverso la storia

“Mi ritengo un artigiano della fotografia, mi piace costruire quello che c’è dietro. Il clic serve per immortalare con la luce la scena che voglio riprodurre”.
Christian Tagliavini crea immagini in cui esplora con ironia moda e arte attraverso la storia. Nato nel 1971 a Lugano, Tagliavini è cresciuto tra l’Italia e la Svizzera, dove adesso risiede e lavora come grafico e fotografo.
Un artista artigiano, che realizza le scenografie delle sue foto e costruisce i vestiti delle sue opere. Lo scatto fotografico rappresenta solo l’ultimo tassello di un lungo processo creativo. Nel progetto fotografico Dame di cartone, Tagliavini si sposta tra 17esimo secolo, anni '50 e cubismo attraverso una serie di ritratti manieristi di donne in posa.
In 1503 con una serie di scatti ampiamente ispirati ai maestri del Rinascimento con particolare riferimento al lavoro del Bronzino, Christian Tagliavini dà vita ad un nuovo Rinascimento visionario, dove nove personaggi silenziosi vengono ritratti in abiti solenni dalla sorprendente fattura artigianale.
Le immagini del fotografo svizzero creano l’illusione di un dipinto, rappresentando uno scenario che seduce e lascia allo spettatore un finale aperto
Vi consiglio di dare uno sguardo al sito dell'artista per avere una visione completa della sua opera.
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lunedì 10 settembre 2012

Under Fire: costo psiclogico della guerra

" 2 giornalisti sono stati uccisi nel corso della prima guerra mondiale, 120 nel  conflitto in Iraq. La recente rivolta libica ha causato la morte di 4 e il conflitto globale sembra destinato a continuare ancora.."
Under Fire,  scritto e diretto da Martyn Burke di  intreccia i ritratti di giornalisti e fotografi, sopravvissuti fisicamente, ma crollati emotivamente. Ispirato al lavoro del Dr. Anthony Feinstein, Under Fire analizza il costo psicologico della guerra attraverso gli occhi dei fotoreporter di combattimento, mediante un racconto che intreccia storie di una straordinaria potenza emozionale. Proiettato recentemente nell’ambito del Festival Internazionale di Fotogiornalismo di Perpignan, attraverso i traumi, i ricordi e le ricostruzioni a-posteriori, il documentaria tira giù la mitica patina che avvolge la professione del fotoreporter di guerra, per mostrare i risvolti meno piacevoli della professione, dalla depressione alle varie dipendenze psicologiche e farmacologiche.

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giovedì 6 settembre 2012

Boris Mikhailov: maestri della fotografia

"Li ho seguiti per scoprire come vivevano, come si comportavano, come sopravvivevano, come lottavano per vivere. Ne ho inseguiti alcuni, pagandoli perché posassero. Potevo essere paragonato ad un gatto che studia scrupolosamente e con insistenza la propria preda prima di afferrarla".
La percezione della disgregazione sociale conseguente al crollo dell'UnioneSovietica, in termini di strutture sociali e condizione umana, l'oppressione sociale, la povertà devastante, la durezza e impotenza della vita quotidiana, sono alcune delle tematiche ricorrenti nelle immagini di Boris Mikhailov. La fotografia di Boris Mikhailov, definita come “nuova metafisica"o “bellezza terribile”, esplora con sincerità la posizione dell'individuo, toccando tematiche inerenti alla condizione di vita dello stesso prima e dopo il collasso dell'URSS.
Nato nel 1938 a Kharkov, studia Ingegneria, avvicinandosi alla fotografia da autodidatta. Nelle prime foto sovrappone le diapositive, indagando il sentimento di ambivalenza diffusa che regnava tra i cittadini dell'ex Unione Sovietica. Quando il KGB sequestra dei ritratti di nudo realizzati alla moglie, Boris Mikhailov perde il lavoro d'ingegnere, decidendo di dedicarsi esclusivamente alla fotografia.
La sua carriera si sviluppa dopo il crollo dell'Unione Sovietica quando riesce a lavorare ed esporre all'estero. Con "Sots Art" (1975-1986) e "Luriki" (1971-1985) a metà strada tra l'arte concettuale e la fotografia documentaristica, Mikhailov interviene con il colore, pitturando a mano le immagini, al fine di dare una nuova interpretazione di un' estetica visiva standardizzata. In "Red Series" (1968-1975) Mikhailov  dissacra con ironia la disfatta della rivoluzione, evidenziando la presenza del suo colore simbolo, il rosso, nella vita quotidiana.
In "Case History" (1997-1999), il fotografo ucraino ritrae a grandezza naturale la sofferenza dei senza tetto, figli di una classe media scomparsa con il crollo dell' Unione sovietica. La fotografia sociale di Mikhailov, traduce il sentimento di un popolo in un determinato momento storico, riflesso attraverso i sentimenti forti e contrastanti di opposizione e appartenenza. Una fotografia decisa, che disturba. Un' osservazione dall'apparente tessuto documentaristica,  che si rivela ad una attenta analisi emotiva e concettuale.

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lunedì 3 settembre 2012

Il tempo nella fotografia

"Il denominatore comune di tutte le foto è sempre il tempo, il tempo che scivola via tra le dita, fra gli occhi, il tempo delle cose, della gente, il tempo delle luci e delle emozioni, un tempo che non sarà mai più lo stesso" (J. Sieff).
La fotografia ammazza ciò che è vivo e vivifica ciò che è morto. E' un forma di reinventare il reale, di estrarre l'invisibile e mostrarlo. La fotografia brama il tempo, insegue il tempo, lo invidia, lo simula e lo rincorre senza afferrarlo
Non esiste il tempo nelle fotografie, rimane solo la sua impronta, più o meno marcata. Vi sono immagini che sembrano fatte per sbriciolarsi e autodistruggersi immediatamente appena guardate una sola volta. Queste immagini diventano alleate della cancellazione della memoria. Ma è veramente possibile fermate il tempo?
Da sempre il sogno irraggiungibile dell'uomo è arrestare il degrado dei limiti, renderli immortali ed esorcizzare così la paura della morte. L'immagine lungi dall'essere specchio della realtà, diviene così fuga dal reale, nell'aspirazione di conciliare l'attimo con l'eternità, fermando il divenire.
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