martedì 31 gennaio 2012

La cattura dentro una macchina fotografica digitale

Molte volte associamo la fotografia digitale alla semplicità della sua gestione. Tuttavia, ci scordiamo molto spesso di quanto complicato sia il sistema di cattura digitale, almeno dal punto di vista tecnologico
La fotografia digitale è un procedimento che permette l'acquisizione di immagini statiche, proiettate attraverso un sistema ottico, su un dispositivo elettronico (sensore) sensibile alla luce, con successiva conversione in formato digitale ed immagazzinamento su un supporto di memoria. Nel video in basso ci viene illustrato in maniera semplice il procedimento magico di acquisizione e la differenza tra una scheda di memoria lenta e una veloce.

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lunedì 30 gennaio 2012

Darcy Padilla : "Julie"

"Ho incontrato Julie il 28 febbraio 1993. La diciottenne Julie era nella hall dell'Hotel Ambassador, con dei pantaloni stracciati,i piedi scalzi e un bambino di 8 giorni in braccio. Per gli ultimi 18 anni ho fotografato Julie, la sua complessa vita tra AIDS, abuso di droga, relazioni violente, povertà, nascite, decessi e perdite". 
 Una vita tra il dolore e la povertà. Una storia che dipinge attraverso una luce cruda ed implacabile, i margini della società americana. La macchina fotografica di Darcy Padilla, diventa strumento della più pura fotografia umanitaria.
Il progetto "Julie" vincitore del premio Eugene Smith per la fotografia umanitaria nel 2010, è un coraggioso diario disordinato dove appaiono migliaia di immagini, ritagli di giornale e lettere personali. 
La fotografa americana, dopo aver conseguito uno stage presso il New York Times, ha abbandonato il giornalismo per dedicarsi a tempo alla fotografia documentaria, una vocazione inizialmente finanziata lavorando come cameriera.
In "Julie", Darcy Padilla riesce a dare un volto e rendere leggibili problematiche, complesse e sovrapposte, quali la povertà, i diritti della famiglia, l'AIDS e l'abuso di sostanze stupefacenti. 
Un progetto lungo, scomodo, straziante per potenza emotiva, ma allo stesso tempo costantemente illuminato dalla dolcezza e dalla tenerezza della poesia.
La vita di Julie viene seguita passo a passo, attraverso le rotture sentimentali, la lotta per uscire dalla droga, la nascita di altri cinque figli, il periodo in carcere, fino alla silenziosa morte. Sul sito della fotografa è possibile vedere il progetto nella sua interezza.
Immagini in bianco e nero che ci mostrano la desolante lotta per cercare rifugio dalle gelide notti, la lenta e inesorabile distruzione del corpo da parte della malattia, l'abbandono finale, ma anche l'amore trai i partner e tra genitori e figli, unico flebile appiglio alla sopravvivenza e alla speranza.

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venerdì 27 gennaio 2012

Philip Jones Griffiths: fotoreporter

"In guerra la verità emerge. Tra la vita e la morte, la gente si rivela, getta la maschera e si mostra con un'onestà che non esiste altrove nella vita".
Il nome di Philip Jones Griffiths rimane legato alla potenza eversiva delle immagini dell'assedio vietnamita. Nato il 18 Febbraio del 1936 a Rhuddlan, Denbighshire, Griffiths dopo aver studiato farmacia a Liverpool, inizia la carriera di fotografo per il Manchester Guardian.
Passato all'Observer nel 1961, viaggia in Algeria nel 1962, per documentare le fasi finali della guerra di liberazione. Nel 1966 entra in Magnum Photos, diventandone membro effettivo nel 1971. 
Le immagini di Griffiths hanno documentato molti dei maggiori avvenimenti internazionali degli ultimi anni. Pur adeguandosi alle evoluzioni tecnologiche delle fotocamere, il fotografo gallese ha utilizzato con costanza il bianco e nero, imparando a sfruttarne mirabilmente il formidabile potenziale emotivo. 
Il suo libro Vietnam Inc., pubblicato nel 1971 (seconda edizione Phaidon, del 2001, con prefazione di Noam Chomski), definito dal Time Magazine come “il miglior reportage di guerra mai pubblicato, ha rivelato agli americani le sofferenze del popolo vietnamita, contribuendo a modificare l’opinione pubblica statunitense nei confronti della guerra.
Una grossa mole del lavoro di Philip Jones Griffiths si concentra nella Gran Bretagna negli anni ‘50, ‘60 e ‘70: dai Beatles , ai minatori nel Galles, dalle marce per il disarmo nucleare nelle strade di Londra, alle processioni funebri nell’Irlanda del Nord. Immagini che descrivono, con puntualità e poesia, la transizione della società inglese degli ultimi decenni.
Tornato in suolo vietnamita, Griffiths ha pubblicato altri due libri che illustrano le conseguenze del conflitto nell'epoca odierna: "Agent Orange - Danni collaterali in Vietnam" nel 2003 e "Vietnam in tempo di pace" nel 2005. Malato di cancro da tempo, prima di morire il 19 de marzo del 2008 a Londra, Griffiths ha dato vita a una fondazione che preserva il suo archivio fotografico, presieduta dalle sue due figlie. Di seguito un'interessante intervista con il maestro.

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mercoledì 25 gennaio 2012

Tecniche di illuminazione in studio

Costruire una buona illuminazione in studio consiste nel creare uno spazio di luce che ci permetta di trasmettere ciò che intendiamo comunicare attraverso la rotondità delle forme, la vividezza del colore, la natura del soggetto o dell' oggetto che stiamo rappresentando.
In questo post vi presento alcuni video tutoral di Ed Verosky, un fotografo di New York, che dirige il sito internet about-photography.com, che si indirizzano sia a chi non ha mai fotografato in studio sia a chi vuole approfondire questo argomento. I video tutorial ci illustrano differenti schemi, dall'utilizzo di una sola fonte luminosa, fino all'uso di varie fonti nella stessa scena. Nonostante siano in Inglese, presentano delle visualizzazioni in 3D che renderanno semplice la comprensione.

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martedì 24 gennaio 2012

Philip-Lorca diCorcia: Maestri della fotografia

"La fotografia è una lingua straniera, che tutti pensano di parlare". 
La fotografia di Philip-Lorca diCorcia (Hartford, Connecticut 1953) combina la tradizione documentaristica alla finzione del cinema e della pubblicità, creando immagini che oscillano tra la realtà, la fantasia e il desiderio.
Il fotografo statunitense ha creato uno stile unico che mescola con maestria foto rubate ad accurate composizioni sceniche, l'illuminazione reale a quella artificiale, dettagli simbolici a colori de-saturati. Philip-Lorca diCorcia ha sviluppato l'interesse per la fotografia mentre frequentava l'Università d'Arte di Hartford nei primi anni 70. Continuati gli studi presso la Scuola del Museum of Fine Arts di Boston nel 1975, si è laureato a Yale, con un Master of Fine Arts in Fotografia nel 1979.
Trasferitosi a Los Angeles, ha lavorato nel settore della cinematografia prima di tornare a New York City, come assistente di noti fotografi commerciali. Le fotografie di Philip-Lorca diCorcia conferiscono una qualità inquietante all'immaginario comune che l'artista altera. Rappresentazioni fatte di artificiosità, perfezione formale e valorizzazione del dato estetico, che non rinunciano mai all'istintiva immediatezza del dettaglio rubato.
Catturando momenti che sembrano arrestare il flusso caotico del mondo, congelandolo e isolandolo dal resto che scompare, il fotografo americano pone interrogativi sulla verità documentale delle stesse immagini, inventando vie alternative per esplicare e rappresentare la realtà. 
La tensione psicologica della sue messa in scena, ora totalmente pianificata, ora raggiunta attraverso la sorpresa nel nascondere luci nella pavimentazione, tali da illuminare un soggetto casuale in modo speciale, conduce alla costruzione di un nuovo mondo, ricco di pathos, all’interno del quale i personaggi si muovono anonimi attraversano uno spazio delimitato.
Avvalendosi dell'uso di Polaroid, diCorcia miscela sapientemente l'illuminazione artificiale alla naturale, riuscendo a cogliere la fugacità dei dettagli e delle espressioni. Immagini ricche di pathos, rappresentazioni teatrali che dipingono il senso della realtà come fosse appeso a una soglia, incerta, instabile, ma in ogni caso altamente poetica.

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domenica 22 gennaio 2012

Behind Photographs:un volto ai fotografi

Vi presento il curioso progetto di Tim Mantoani, un fotografo americano con sede a San Diego, che ha lavorato per ben cinque anni su 150 ritratti che ritraggono famosi fotografi mostrando una loro celebre fotografia
Il progetto "Behind Photographs" ha come obiettivo quello di dare un volto umano a persone conosciute solo per le loro opere. Una fotografia non nasce mai da sola , ogni immagine non mostra solamente l'oggetto o il soggetto catturato, ma parla del suo autore, è un atto di opinione, un modo di comunicare  che si impone attraverso il mezzo della macchina fotografica. Mantoani ha utilizzato per effettuare questi ritratti una Polaroid 20 × 24
Un  vero e proprio mostro, per dimensioni,  creato nel 1980 come parte di un esperimento. Un macchinario che utilizza pellicole istantanee Polaroid di non proprio facile utilizzo. Dovuto al fallimento della stessa azienda ogni singola pellicola è costata circa $ 200.


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sabato 21 gennaio 2012

Flash a mano: numero guida e velocità sincro

Il flash è un apparecchio in grado di emettere lampi di luce per un breve lasso di tempo, in sincronia con il periodo di apertura dell'otturatore di una macchina fotografica. Si tratta di uno strumento molto utile non solo in condizioni di luce scarsa, per evitare immagini mosse o ricche di dominanti, ma soprattutto per gestire la luce a nostro piacimento in determinate circostanze. 
Originariamente il flash era costituito da una torcia sulla quale era posta polvere di magnesio cui veniva dato fuoco per generare il lampo luminoso. Oggi nella costruzione di un flash si impiega essenzialmente una lampada allo xeno. Prima di acquistare un flash vi consiglio di dae uno sguardo alle specifiche necessarie di un flah e gli accessori che ne migliorano l'utilizzo(vedi questo articolo). Molte macchine fotografiche dispongono di un flash incorporato che tuttavia è limitato in potenza, autonomia e soprattutto non consente di gestire le varie possibilità di una illuminazione esterna. I flash elettronici variano per potenza (espressa in numero guida o in Joule).
Il numero guida (NG) è una grandezza caratteristica del flash che dà l'idea immediata del suo potere illuminante. Conoscendo la distanza tra il flash e il soggetto, il NG serve per ricavare il diaframma di lavoro da impostare sull'obiettivo. ESEMPIO. Flash con NG=50 per 100 ISO. Quale diaframma va impostato se il soggetto è a 5 metri dal flash? Diaframma = 50 : 5 = 10, cioè un diaframma vicino a f/11. Ovviamente si tratta di un calcolo valido quando si utilizza il flash in modalità manuale. 
Con l'avvento delle fotocamere moderne, dotate di flash TTL, che vengono controllati elettronicamente dalla fotocamera stessa, è meno probabile che un fotografo debba ricorrere effettivamente a questo calcolo, ma conoscere il significato del numero guida può comunque essere utile per avere idea della sua potenza. Il tempo di sincro-flash di una fotocamera invece ci indica la massima velocità di scorrimento delle tendine dell'otturatore durante la quale si otterrà una corretta esposizione flash di tutto il fotogramma. Questo significa che per tutti i tempi più brevi del tempo di sincro-lampo solo una parte del fotogramma risulterà esposta correttamente, mentre la restante sarà sottoesposta.  
Spesso montare un flash esterno sulla slitta della nostra fotocamera non è la soluzione ottimale, in quanto l'illuminazione del soggetto frontalmente e con luce diretta produce occhi rossi (dovuti alla vascolarizzazione della retina), riflessi su superfici lucide (vetri, lamine e occhiali), ombre marcate su sfondi alle spalle del soggetto e un generale appiattimento del soggetto. Per ovviare a ciò potremmo procurarci un diffusore per flash ( per saperne di più a riguardo consulta questo articolo) o allontanare il flash dall'asse ottico (per es. con un cavo-sincro) o fare rimbalzare il lampo su una superficie prima di indirizzarla sul soggetto (ad es. su un muro bianco) .

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giovedì 19 gennaio 2012

La fotografia scolpita di Fran Herbello

Le fotografie di Fran Herbello giocano con gli elementi quotidiani al fine di creare situazioni irreali che rompono i classici schemi della nostra forma di vedere.
Nato nel 1977 a Menziken, in Svizzera, da una famiglia di emigranti galleghi, Herbello si è laureato in scultura presso l'Università di Belle Arti di Vigo nel 2000. Attraverso un'investigazione artistica che unisce fotografia e scultura, Fran Herbello manipola parti del corpo umano, dando vita ad accurate messe in scena.
Herbello introducendo piccoli ed effimeri cambiamenti, riesce non solo a trasformare il significato corporeo della parte, ma soprattutto a porre interrogativi sulla funzione della stessa
Mani, piedi e gambe vengono dipinte e modellate, fino a perdere la loro connotazione, diventando oggetti originali di un linguaggio che balla tra la forza provocatoria della repulsione e la grazia dell'umorismo
Immagini in bianco e nero, su sfondo nero, rigorosamente in pellicola e senza alcun ausilio digitale che si aggirano tra frequenti rimandi alla caducità corporea. Un'interessante ricerca scenica che si serve dell'inventiva per smorzare il sottile confine tra reale e surreale, suggerendo possibili nuovi scenari alla nostra percezione.
Vi consiglio di dare uno sguardo alla pagina web dell'artista per avere una visione completa della sua opera.

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martedì 17 gennaio 2012

Fotografie panoramiche a 360°: Tamaggo

Tra le curiose novità presentate al CES 2012, segnaliamo Tamaggo,  la prima fotocamera realizzata ad hoc per fotografare a 360°
Una fotocamera dal design  spiritoso (sembra un uovo colorato) ed essenziale, in grado di scattare foto panoramiche ad alta definizione e di renderle condivisibili tramite internet.  Si tratta di una fotocamera dalle dimensioni ridotte, entra nel palmo di una mano. La fotocamera panoramica Tamaggo si avvale di un sensore da 14 megapixel e di un curioso schermo LCD touch circolare che mostra lo scatto appena fatto.
La messa a fuoco va in automatico all'infinito, per fare in modo che la maggior parte degli elementi della cena siano a fuoco. L’immagine  finale  può essere ritagliata e suddivisa in scatti singoli oppure lasciata integra in un’unica foto che ritrae tutta la panoramica. 
Tamaggo sarà disponibile sul mercato dal mese di maggio al prezzo tutt'altro che economico di 249 $. In basso un video illustra le potenzialità di questa nuova camera.



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lunedì 16 gennaio 2012

La fotografia di Morris Engel

Morris Engel (8 aprile 1918-5 marzo 2005) è stato un influente fotografo  e cineasta  americano, conosciuto per le foto che documentano New York e per i film precursori del cinema che conosciamo come indipendente
Nato a Brooklyn da genitori immigrati dalla Lituania,  Morris si inscrive da giovane in un corso della New York Photo League, una cooperativa di fotografi dilettanti e professionisti di New York che si unirono intorno ad una serie di comuni cause sociali e creative per dare vita ad uno dei movimenti  più interessanti della storia della fotografia.  In questi anni Morris Engel lavora a stretto contatto con Aaron Siskind durante il  progetto "Harlem Document" e successivamente assiste Paul Strand nelle riprese di "Native Land". 
Le fotografie di Engel documentano la vita di New York, catturandone l'essenza del periodo attraverso un bianco e nero pulito e contrastato. Nel 1939 Morris ottiene la sua prima mostra alla New School di New York. Nel 1940 entra a far parte dello staff del giornale  di sinistra PM, ma lascia la redazione dopo un anno per arruolarsi  nella  Marina degli Stati Uniti come membro di una unità di fotografi del combattimento. Dopo la guerra Morris Engel come freelance per varie riviste tra le quali Ladies Home Journal, McCall, Fortune, Colliers.
Nel 1951 Engel mette da parte la fotografia a scapito del cinema. Conosciuto per un tipo di cinema a basso budget,  Engel è stato il primo ad usare  telecamere a mano e scegliere attori non professionisti nei suoi film. Il suo primo lungometraggio, Little Fugitive (realizzato con la moglie, il celebre fotografo Ruth Orkin),  ottenne la nomination all'Oscar nel 1953 per la migliore sceneggiatura originale ed è stato proiettato in oltre 5.000 cinema negli Stati Uniti. Il cinema di Morris Engel ispirò il cinema della Nouvelle Vague francese
Le sue fotografie sono esposte  nelle collezioni permanenti  del International Center of Photography, del Museum of Modern Art (New York) e della National Portrait Gallery (Washington, DC). Per avere una visione completa della sua opera vi rimando al Morris Engel Archive.

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venerdì 13 gennaio 2012

I principi della percezione visiva

In un precedente articolo avevamo visto in maniera generale come avviene l'acquisizione delle immagini nell'uomo e la susseguente percezione delle stesse (per vedere l'articolo a riguardo clicca qui). 
In questo articolo ci concerteremo sulle meccaniche della percezione. La percezione è il passo successivo all'acquisizione: dopo che gli occhi hanno convertito gli stimoli luminosi in informazioni neurali, il nostro cervello passa alla codificazione di queste informazioni per ricostruire internamente l'immagine che gli occhi hanno acquisito, e interpretarla al fine di estrarne rappresentazioni utili del mondo che ci circonda. Quando osserviamo, ad es. un libro, una penna, un bicchiere ecc., lo vediamo come un oggetto completo e non come un insieme di parti.
Percepiamo, infatti, le informazioni che ci vengono dal mondo esterno non come fatti isolati, ma raggruppandole in contesti significativi. I principi percettivi che permettono di raggruppare visivamente oggetti simili in entità o gruppi sono stati chiamati leggi di percezione gestaltica. La psicologia della Gestalt (dove la parola tedesca Gestalt significa forma, schema, rappresentazione), detta anche psicologia della forma, è una corrente psicologica riguardante la percezione e l'esperienza che nacque e si sviluppò agli inizi del XX secolo in Germania (nel periodo tra gli anni '10 e gli anni '30), per poi proseguire la sua articolazione negli USA, dove i suoi principali esponenti si erano trasferiti nel periodo delle persecuzioni naziste. In sintesi le leggi di percezione gestaltica possono essere ricondotte a tali criteri: quello di PROSSIMITA': gli oggetti che sono posizionati vicini sono spesso visti come raggruppati. Essi sono percepiti non come parti separate, ma come insiemi.
SIMILARITA': quando gli oggetti sembrano simili l’uno all’altro, essi sono spesso percepiti come parte di un pattern. La similarità può essere dovuta al colore, alla dimensione o alla forma.
CONTINUITA': Elementi che continuano un pattern o seguono una direzione tendono ad essere raggruppati come parti dello stesso pattern. 
CHIUSURA: gli esseri umani percepiscono uno spazio racchiuso completando i contorni ed ignorando eventuali mancanze nella figura.
FIGURA-SFONDO:tutte le parti di una zona si possono interpretare sia come oggetto sia come sfondo. 
In un prossimo articolo andremo a vedere nello specifico cosa comportano questi criteri mentali nella visualizzazione delle immagini e le illusioni ottiche che provocano.

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martedì 10 gennaio 2012

Henri Cartier-Bresson - Maestri della fotografia

“Osservare lì dove gli altri sanno solo vedere”... "C'è un istante in cui tutti gli elementi che si muovono sono in equilibrio"..“Non è la mera fotografia che mi interessa. Quel che voglio è catturare quel minuto, parte della realtà” ...“È un’illusione che le foto si facciano con la macchina...si fanno con gli occhi, con il cuore, con la testa”. 
Per molti Henri Cartier-Bresson è stato il più grande. Per tutti rimane il creatore di uno stile asciutto ed epico, capace di cogliere con sintesi ed armonia gli elementi essenziali del momento. Definito "l'occhio del secolo" e "l'obiettivo ben temperato", lo sguardo di Bresson ha cambiato la maniera di osservare la realtà e di pensare la fotografia.  
Nato a Chateloup, a pochi chilometri da Parigi, nel 1908 da una famiglia dell'alta borghesia, Henri lascia il liceo per dedicarsi alla pittura, studiando con Andrè Lhote. In questo periodo frequenta i surrealisti, assorbendone gli insegnamenti. A 22 anni parte per la Costa d'Avorio, ma dopo un anno una febbre tropicale lo costringe a tornare in Francia, dove scopre la gioia di scattare fotografie.
Acquistata una Leica, duttile e maneggevole, parte in viaggio per l'Europa e il Messico in compagnia di Andrè Pieyre de Mandiargue. Per mezzo di uno sguardo allenato dalla pittura, attratto dalla variegata realtà che incontra, Bresson mette in evidenza la potenza di un fotografo nel creare la sua opera. In questi anni si avvicina al cinema, studia cinematografia con Paul Strand a New York e torna in Francia, dove nel 1931 diventa assistente del regista francese Jean Renoir, con il quale filmerà La vita è nostra (La Vie est à nous, 1936), Una gita in campagna (1939) e le Regole del gioco(1939).
Nel 1934, conosce David Szymin, un fotografo e intellettuale polacco, che più tardi cambierà nome in David Seymour e poco dopo un fotografo ungherese, Endré Friedmann, che verrà poi ricordato col nome di Robert Capa. Durante la Seconda guerra mondiale viene catturato e spedito in un campo di prigionia in Germania, evade e fa ritorno a Parigi dove collabora con la Resistenza francese
Finita la guerra, ritorna al cinema e dirige il film Le Retour, documentario sul ritorno in patria dei prigionieri di guerra e dei deportati. Nel 1946 viene a sapere che il MOMA di New York intende dedicargli una mostra "postuma", credendolo morto in guerra. Bresson si mette in contatto con il museo e dedica oltre un anno alla preparazione dell'esposizione, inaugurata il 1947. Nel 1947 fonda, insieme a Robert Capa, George Rodger, David Seymour, e William Vandivert la famosa Agenzia Magnum
Le diverse anime di Magnum inaugurano un nuovo modo di pensare la fotografia, un micro mondo dove il fotografo è proprietario di ciò che fotografa, decide cosa fotografare e dove. Cartier Bresson sceglie l'Oriente e dal 1948 viaggia in India, Cina, Indonesia, Birmania e Giappone. Poi in Europa ed ancora in USA e Messico. Nel 1952 esce il suo primo libro: Images à la sauvette, più noto con il titolo inglese The Decisive Moment
Oltre a contenere una raccolta di talune delle foto più note del fotografo, il libro descrive il modo stesso di fare fotografia di Cartier-Bresson. Nasce la teoria dell'istante decisivo: il fotografo deve cogliere la vita di sorpresa, come se stesse per svegliarsi e le sue immagini devono fermare i momenti in cui il mondo sembra organizzarsi in tanti flagranti delitti. Il momento decisivo rappresenta il riconoscimento simultaneo, in una frazione di secondo, del significato di un evento così come della precisa organizzazione delle forme che danno a quell'evento la sua propria espressione. "Fotografare è trattenere il respiro quando le nostre facoltà convergono per captare la realtà fugace; a questo punto l'immagine catturata diviene una grande gioia fisica e intellettuale. Fotografare è riconoscere nello stesso istante e in una frazione di secondo un evento e il rigoroso assetto delle forme percepite con lo sguardo che esprimono e significano tale evento. È porre sulla stessa linea di mira la mente, gli occhi e il cuore. È un modo di vivere ".
Dal 1968, Henri Cartier-Bresson inizia gradualmente a ridurre la sua attività fotografica, con l'unica eccezione dei ritratti, per dedicarsi al suo primo amore artistico: la pittura. Nel 2000, assieme alla moglie Martine Franck ed alla figlia Mélanie crea la Fondazione Henri Cartier-Bresson, che ha come scopo principale la raccolta delle sue opere e la creazione di uno spazio espositivo aperto ad altri artisti.
Muore a Céreste, (Alpes-de-Haute-Provence, Francia) il 3 agosto 2004, discretamente e senza clamore, all'età di 95 anni. Ci lascia in dono una raccolta di attimi , immortalati e resi eterni dall'arte. 
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