lunedì 16 luglio 2012

Fotografia e morte

"Ogni fotografia è un memento mori. Fare una fotografia significa partecipare della mortalità, della vulnerabilità e della mutabilità di un’altra persona o di un’altra cosa. Ed è proprio isolando un determinato momento e congelandolo che tutte le fotografie attestano l’inesorabile azione dissolvente del tempo" (Susan Sontag). 
La fotografia richiama l’idea della morte in quanto, bloccando il tempo, “uccide” il flusso vitale nella sua continuità, per coglierne solo un frammento statico. Ogni fotogramma, infatti, rappresenta un istante rubato, sottratto alla totalità e alla continuità del reale. L'immagine fotografica opera una sezione nello spazio e nel tempo. Tuttavia, non solo evoca la morte congelando il fluire, ma allo stesso tempo consente di sottrarla dalla caducità, preservandola dall'oblio. La peculiarità della fotografia è di essere simultaneamente falsificazione della realtà e passato. Passato, perché ripete meccanicamente ciò che non potrà mai ripetersi esistenzialmente. Falsificazione della realtà, perché seppur il referente è stato davanti all’obiettivo, lo scatto rappresenta pur sempre un'interpretazione della situazione.
Lo scatto, infatti, istaura un meccanismo che permette di controllare e dominare il caos degli eventi, consentendo di selezionare e isolare ciò che vogliamo. Barhes parla della morte come Eidos (εἶδος) della fotografia, ovvero come forma della stessa. L’immagine fotografica fissando l’istante, ferma il momento: estrae quanto ritrae dal flusso dinamico degli eventi, allo stesso modo di come la morte ci tira fuori dalla vita. Molto interessnte è, inoltre il rapporto esistente con la foto quando veniamo ritrattati. A riguardo Barthes parla dell'esperienza della posa, identificandola in una esperienza di dissociazione in cui l’“io” avverte una frattura tra sé e l’immagine che di sé troverà dopo lo scatto. L’“io”, così mutevole, sempre in movimento, sempre diverso, viene reso immobile e statico, fissato nell’immagine di un corpo, di un volto, di un’espressione. L’essere fotografato, allora, trasforma il soggetto in oggetto, rendendolo partecipe di una micro-esperienza della morte: “io divento veramente spettro”.

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