venerdì 30 settembre 2011

Bert Hardy - Maestri della fotografia

“Nessuno può insegnarti la fotografia”…. "Il quadro ideale dice qualcosa dell'essenza della vita, è il riassunto di un’emozione che detiene la sensazione di movimento, implicando quindi la continuità della vita".
Albert Hardy (19 maggio 1913-3 luglio 1995) è stato un fotografo documentarista inglese, noto per i lavori pubblicati sulla rivista Picture Post tra il 1941 e il 1957. Definito da molti critici come il narratore del popolo britannico, Bert nasce a Blackfriars, Londra, primo di sette figli di un falegname e di una domestica ad ore.
La fotografia diventa parte della vita di Hardy nel 1927, quando il giovane londinese ottiene lavoro come messaggero e sviluppatore presso il Central Photographic Service. Hardy, con i pochi soldi guadagnati, compra una macchina fotografica a lastre per 50p da un negozio di pegni, imparando aperture e tempi di posa per tentativi. 
La carriera del fotografo inglese inizia con una fotografia di “Royalty”. Il giovane riesce e fotografare re Giorgio V e la Regina Maria in una carrozza di passaggio e vendere 200 piccole stampe nel quartiere. Diventa freelance per la rivista The Bicycle e compra la sua prima Leica 35 mm di seconda mano (marca alla quale resterà sempre fedele).
In pochi anni lavora come fotografo per la  General Photographic Agency e nel 1941 entra nella redazione di Picture Post, rivista leader dell’immagine inglese. Durante la seconda guerra mondiale, viene spedito nei luoghi del conflitto per raccontarlo tramite immagini. Le sue foto seguono lo sbarco in Normandia nel giugno 1944, la liberazione di Parigi, l'avanzata alleata sul Reno, la liberazione di Bergen-Belsen (campo di concentramento in Germania). 
Verso la fine del conflitto Hardy si trasferisce in Asia, dove diventa fotografo personale di Lord Mountbatten. Segue la guerra di Corea con il giornalista James Cameron per il Picture Post contribuendo a rendere note le atrocità compiute a Pusan (Missouri Pictures of the Year Award). 
La fotografia di Bert Hardy riesce, anche nelle situazioni più atroci, a cogliere l’essenza dello spirito umano senza mai rischiare di risultare sentimentalista. Sebbene il suo lavoro di giornalista di guerra meriterebbe considerazione a fianco dei maestri della Magnum, il nome di Bert Hardy rimane legato alle immagini di vita quotidiana dell’Inghilterra.
Le sue fotografia hanno immortalato immigrati a Soho e Liverpool, prostitute a Piccadilly e bambini nelle strade del Gorbals. Il suo lavoro, notevole per empatia e delicatezza, è riuscito a cogliere, con semplicità e forza, scene anonime della vita di tutti giorni tramandandole attraverso l’arte nel tempo.

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giovedì 29 settembre 2011

Nikon 1: entrata Nikon nel mercato delle mirrorless

Con la Nikon 1, l’obiettivo della nota casa giapponese è di entrare da protagonista nel mercato delle mirrorless. Nikon ha rispettato le attese, presentando un sistema studiato per non entrare in concorrenza con le reflex entry level, attaccando con forza, tuttavia, la fascia degli insoddisfatti dalle compatte.  Il risultato è il sistema Nikon 1, composto da due modelli V1  e J1. 
Il sistema Nikon 1 è costruito intorno al nuovo sensore CX: CMOS da 13,2×8,8 mm (circa un terzo della superfice del sensore DX usato nelle reflex tradizionali Nikon), con fattore di crop a circa 2,7x, risoluzione da 10,1 megapixel, ISO da 10 a 3.200 con estensione sino a 6.400, assistito da un processore Expeed 3 per l’elaborazione delle immagini. Dotate di tecnologia di acquisizione pre-post, le Nikon 1 sono le prime fotocamere con obiettivi intercambiabili che iniziano a registrare immagini prima che venga premuto completamente il pulsante di scatto e che continuano a farlo anche dopo che ciò è avvenuto. 
La modalità Smart Photo Selector consente di scattare  una velocissima sequenza di 20 immagini in alta risoluzione, per poi scegliere il miglior risultato, in base ai parametri di scatto, messa a  fuoco e alla centralità dei volti. Se le riprese in full HD a 60 o 30 fotogrammi al secondo non fanno quasi più notizia, desta invece interesse la possibilità di scattare foto ad alta risoluzione anche durante le registrazioni di un filmato senza interferenze. A ciò si deve aggiungere la possibilità di registrare clip in modalità slow motion, ottenendo un risultato finale molto simile a quello della moviola Tv. 
La nikon 1 è una fotocamera dotata di grande maneggevolezza e di un design accattivante, in grado di produrre immagini e clip video di qualità, che si rivolge a chi deve preoccuparsi solo di selezionare la modalità di ripresa preferita, mettere a fuoco e premere a fondo il pulsante di scatto. La disponibilità è fissata per il mese di ottobre, la V1 verrà offerta ad un prezzo di lancio di 849€ e la J1 a 599€ , entrambe in kit con obiettivo 10-30mm.



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mercoledì 28 settembre 2011

Sohei Nishino: "Diorama Map"

“Credo che la mia fotografia consista nel fissare ciò che la mia memoria ha assorbito e percepito dalla città”.
Sohei Nishino è una delle stelle nascenti della fotografia contemporanea giapponese. Scoperto nel 2008 dal curatore Michael Hoppen, Nishino è famoso per costruire straordinari diorami  fotografici di dimensioni monumentali, che riscrivono le  impressioni delle principali città del mondo. Nato a Hyogo, nel 1982, Nishino studia alla Osaka University of Arts, per poi  diventare assistente del fotografo Hiromi Tsuchida. Ispirato dal cartografo giapponese Ino Tadataka e dotato di una grandissima abilità di osservazione, Nishino costruisce straordinarie mappe che non intendono essere precise ricostruzioni geografiche, quato piuttosto perfette miscele di punti di riferimento e caratteristiche iconiche della memoria dell’artista.
Frutto di lunghi viaggi attraverso molte città, tra cui Osaka, sua città natale, Hiroshima, Kyoto, Tokyo, Hong Kong e Shanghai, New York, Parigi, Londra e la sua ultima creazione Istanbul, “Diorama Map” è una serie originale e interessante. Il fotografo giapponese  assembla con maestria e pazienza la ricostruzione mnemonica delle sue impressioni attraverso un linguaggio fantastico. Nishino produce circa 6000-7000 immagini mentre attraversa ogni città. Sviluppa le pellicole nel suo studio, stampa  le immagini nella  camera oscura e con calma ritaglia ciascuno dei provini a mano, riponendoli come fossero un puzzle su una tavola bianca.
In un processo che è quasi interamente analogico, il fotografo giapponese fa affidamento alla tecnologia per produrre l'immagine finale.  Il collage viene, infatti, fotografato attraverso l’unione digitale di fotografie di nove primi piani, che vengono riuniti in Photoshop, per poi essere stampati. Nel montaggio meticoloso di questi photomaps, Nishino crea opere d'arte epiche che, nonostante raffigurino al loro interno molte iconografie familiari della modernità e della post-modernità, assomigliano alle carte medievali o rinascimentali delle attuali città moderne. Mappe dove tutto appare disarticolato, niente sembra  in scala ed intere aree risultano mancanti o sembrano schiacciate e  fuori proporzione. Così i due mondi apparentemente opposti  della realtà e della visione artistica, interagiscono tra loro con un equilibrio preciso,  che porta sempre una certa relazione, come se lo specchio della visione creativa rifletta ciò che l’equilibrio scientifico non è capace di cogliere.

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lunedì 26 settembre 2011

Leica 24 x 36: marketing travestito da concorso fotografico?

Da giorni mi capita di ricevere in bacheca inviti al voto e incuriosito ho dato un’occhiata all’ennesimo contest fotografico pubblicizzato su Facebook e Twitter. 24 x 36, ventiquattro talenti per trentasei foto, recita il lemma lanciato dal prestigioso marchio Leica. Il comunicato continua con allettevoli parole: “Chi pensa di avere talento fotografico può accettare la sfida e mettersi in gioco, per mostrare le proprie immagini e farsi votare dal pubblico”. E sono in molti ad avere accettato la sfida: in soli sei giorni 5100 persone si sono iscritte, caricando 15300 foto. Un boom senza precedenti, che mi ha profondamente allarmato. 
In passato i contest erano serviti alle piccole aziende per aumentare la loro schiera di fan o farsi un po’ di pubblicità, con Leica X1 Talent è sceso in campo uno dei marchi mitici della fotografia. Un mito nato da effettive esigenze d'informazione visuale ai tempi della nascita del fotogiornalismo. Necessità che l’industria tedesca aveva semplificato grazie alla creazione di fotocamere al telemetro di modeste dimensioni, leggere e duttili. Non sono del tutto contrario ai concorsi fotografici a votazione popolare, purché vengano elaborati sistemi complessi di votazione anonima fra i soli partecipanti in cui sia praticamente impossibile, o molto difficile, reclutare il “mi piace” e prevalga un certo grado di "meritrocrazia". Tuttavia, la maggior parte di questi contest vanifica la gara-concorso con un preciso obiettivo di marketing. Si lascia, così, poco spazio all’arte e tanto al profitto. Chi organizza un concorso con la regola del "voto popolare" sa benissimo che i partecipanti faranno di tutto per far votare il più alto numero di gente possibile, così facendo viene pubblicizzato gratuitamente l'evento e di conseguenza l'associazione, l’azienda o il sito web che lo ha organizzato. Il meccanismo del contest Leica ricalca queste semplici regole. Ci si collega al sito del progetto Leica 24×36, ci si registra compilando il modulo di adesione (il brand acquisisce informazioni sui suoi potenziali clienti), si diventa fan della pagina facebook e twitter (si amplia la serie di fan del brand) e si caricano tre foto in formato Jpeg, al massimo di 2mb l’una. Dopo di che, viene dato il chiaro invito a comunicare ai propri amici le foto che sono state pubblicate, facendo girare la notizia sui social network, andando alla ricerca del “mi piace”( pubblicità gratuita per l’azienda). Ed in questo il regolamento Leica è scritto a regola d’arte, prevedendo una selezione di 24 finalisti a cui verrà consegnata una fotocamera Leica X1 ( solo in comodato d’uso) con la quale ogni partecipante dovrà realizzare 36 immagini sul tema One camera, One lens, One city. Al termine del progetto verranno selezionati tre autori che avranno l’opportunità di esporre i propri lavori in mostre organizzate da Leica e di collaborare con fotografi professionisti. E sono proprio le modalità di ammissione alla seconda fase ad essere lasciate sul vago, essendo la selezione effettuata sia in base al gradimento che le foto avranno ottenuto attraverso il meccanismo della votazione, sia attraverso una valutazione qualitativa delle foto stesse. In sede di regolamento infatti non è stata presa una decisione netta in merito al sistema di valutazione, con il chiaro intento di lasciare spazio alla molla dell’illusione che è la base di ogni contest, ognuno può vincere. Infatti ogni persona catturando i “mi piace” ha possibilità di vincere, al di là di quelli che siano i propri meriti e al di là della ricerca artistica che porta avanti. Ma come ci si deve comportare allora di fronte a queste operazioni commerciali? Rimane la delusione che un marchio così prestigioso basi un concorso sulla qualità dei “like” ricevuti. Personalmente mi sembra una caduta di stile escogitare una campagna marketing travestendola da concorso fotografico. Credo si possano avere due atteggiamenti. O rifiutare contest del genere a priori, non cadendo nell’inganno e non facendosi partecipi della pubblicitaria che ne scaturisce o tentare di utilizzarli per rendere visibili i propri lavori, nella speranza di promuovere la propria opere. Rimane il fatto che il votare il parente o l’amico di turno solo per un legame, senza che effettivamente vi sia un effettivo valore nei loro lavori, sia un atto eticamente scorretto nei confronti di tutti coloro che ancora credono nell’arte della fotografia. Mi piacerebbe conoscere le vostre opinioni a riguardo.

P.S. A seguito delle numerose critiche al contest apparse su internet, è stata creata un'appendice al regolamento. Infatti, nonostante l'enorme successo commerciale dell'iniziativa, si era diffuso il rischio di dare un'immagine negativa al marchio. Resta sempre il dubbio che un cambio in corsa possa assicurare una vera selezione meritocratica.

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giovedì 22 settembre 2011

Freeman Patterson: paesaggi mistici

"Ho viaggiato in tutto il mondo, ma il settantacinque per cento del mio lavoro è stato fatto ad un quarto di miglio da casa mia"…. "Non ho intenzione di parlare di macchine fotografiche, tecnica o di profondità di campo, ho intenzione di parlare di creatività, del ruolo del conscio e dell'inconscio”…“Vedere, nel senso più fino ed ampio, significa usare i sensi, l’intelletto e le emozioni. Significa guardare al di là delle etichette delle cose e scoprire il mondo intorno a sé”.
Freeman Patterson è un fotografo canadese di fama internazionale, amante  profondo del mondo naturale e straordinario comunicatore e divulgatore dell’arte fotografica. Nato il 25 settembre del 1937 a Long Reach, vive a Bluff Shamper, nei pressi della sua casa d'infanzia. Laureatosi in  Filosofia presso l’Acadia University di Wolfville nel 1959, Freeman riceve una borsa di studio alla Union Theological Seminary di New York, con una tesi sulla fotografia come mezzo di espressione religiosa.
Insegna per tre anni  teologia all’Alberta College di Edmonton, prima di decidere di lavorare come fotografo a tempo pieno. Fotografi come Patterson hanno contribuito a demistificare la fotografia rendendola accessibile ad ogni persona, attraverso un grande lavoro divulgativo. Autore di libri di successo sulla fotografia  tra cui Photography for the Joy of It (1977), Photography and the Art of Seeing (1979) and Photography of Natural Things (1982),  Patterson suggerisce spesso la misticità e la divinità della natura nelle sue opere.
Da sempre attratto dal mondo vegetale, Patterson è riuscito a trasmettere la sua interpretazione personale  della bellezza della natura. Ogni sua opera nasconde un significato profondo, una venerazione incondizionata nei confronti della maestosità trascendentale. Patterson viaggia attraverso paesaggi dai colori morbidi, catturandone spesso il lato astratto.
Con un inseparabile cavalletto, utilizza varie tecniche  come le esposizioni multiple e il panning per catturare l’ispirazione creativa. Una creatività che non è legata allo strumento tecnologico, quanto piuttosto all’obiettivo della visione. 
Vi consiglio di dare un sguardo al sito dell’artista per una visione completa della sua opera.



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martedì 20 settembre 2011

La fotografia emozionale di Francesca Farris

Ogni mia fotografia è sempre un racconto fatto di visioni fugaci e mai esplicite, intrise di sguardi, gesti, sensazioni, umori, come se smettessi di guardare le cose, le persone, il mondo, per entrare nella loro natura segreta”.
Francesca Farris è una giovane fotografa sarda che si caratterizza per una fotografia emozionale che scruta i movimenti dello spirito. Una ricerca fatta di sensazioni, distrazioni, incroci casuali con la vita. 
Un bianco e nero, dalla luce decisa e dai grigi intensi, che avvolge lo spazio reale, per ricostruirne uno emozionale. Ombre severe e misteriose, fantasmi, sfocature e micro mossi minacciano le sembianze delle cose, lasciando spazio a possibilità di interpretazioni e libertà di percezione.
La realtà viene smontata e ricomposta attraverso un alfabeto del corpo che taglia e spezzetta i particolari emozionali, isolandoli dal resto. Ed è proprio il sentimento il filo conduttore che accomuna scatti che colgono la natura umana nella loro nudità e semplicità. 
Così gli occhi, le labbra, le ombre diventano soggetti di un mondo segreto, che racconta sofferenze, gioie e dolori. Una fotografia semplice, che vive degli imprevisti, sempre attenta a svelare l’unicità del momento e la sua essenza, lasciando spazio al sogno. Uno sguardo onirico verso la vita, introverso, profondo e intimo, alla folle ricerca di una semplice verità.

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lunedì 19 settembre 2011

Fotobabble: musica, suoni e parole alle tue immagini

Fotobabble, è un’applicazione web che dà la possibilità di aggiungere suoni, voce e musica alle nostre immagini. Si tratta di un servizio gratuito, previa registrazione, disponibile per Windows, Mac e per iPhone, senza che vi sia bisogno di scaricare nessuna applicazione.
Per usufruire di questo servizio basta caricare un’immagine dal computer e affiancargli il suono più adatto. Possiamo scegliere tra registrare dal microfono del computer (per un messaggio parlato), abbinare musica caricata dal pc o utilizzare uno dei vari tipi di suoni messi a disposizione dal servizio. Nell’esempio sotto ho creato una semplice pubblicità per il blog.
Una volta che la nostra immagine è pronta, possiamo inviarla attraverso la posta elettronica, caricarla tramite codice html oppure condividerla sui social network più diffusi. Fotobabble è uno strumento dagli utilizzi molteplici. L’unione dell’audio all’immagini apre la strada a infinite possibilità creative. Molto interessanti appaiono, inoltre, le implicazioni di promozione marketing nella creazione di una campagna incisiva.

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sabato 17 settembre 2011

Cos'è il viraggio? - Corso di fotografia

Il viraggio è un procedimento fotografico utilizzato originariamente nella fotografia analogica per preservare l'immagine fotografica nel tempo ed ottenere un particolare effetto estetico. Ad oggi i viraggi più comuni, come quello seppia, hanno perso la loro funzione conservativa e vengono utilizzati in chiave creativa.
A fini conservativi vengono utilizzati altri viraggi, come quelli al selenio o all’oro, trattamenti che costituiscono il passaggio obbligato per qualsiasi stampa fine-art. Che si parli di viraggio di intonazione o conservativo, vi è, comunque, sempre la necessità che la stampa sia fissata e lavata a regola d’arte. 
Una stampa mal fissata o mal lavata prima del viraggio potrebbe subire alterazioni e trasformazioni. Esistono tre tipi di viraggi. Un primo tipo va a trasformare il cristallo d’argento in modo che diventi inerte all’azione degli agenti atmosferici ed alla luce. A questo tipo di viraggi appartiene il seppia, che lavora in un doppio bagno, ed i viraggi al selenio e all’oro. 
Un secondo tipo ricopre i cristalli d’argento creando una barriera tra l’argento, che è sensibile alla luce e agli agenti atmosferici, e l’atmosfera ( ad es. viraggio blu). Un terzo tipo di viraggio produce l’ossidazione del cristallo d’argento, provocando un deterioramento controllato e simultaneo di tutti i cristalli. Nella fotografia digitale il termine viraggio viene usato anche a prescindere dalle originali connotazioni chimiche, con riferimento a una modifica cromatica equivalente dell'immagine finale ottenuta con programmi di fotoritocco.

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giovedì 15 settembre 2011

Fare musica con gli scatti fotografici

E’ possibile usare il suono dello scatto di una fotografia per fare musica?. Il fascino suono dello scatto è servito a Cameron Lew e Mijonju nella composizione di un video musicale che raccoglie il suono di 100 diversi tipi di macchine fotografiche.
Odiato da alcuni, amato da altri, il suono dell’otturatore è sempre stato un differenziale di ogni fotocamera. Ogni marca e ogni modello ne esprime uno inconfondibile. Così si può passare da un dolce fruscio armonioso, ad un rumore stridente. In fotografia, l'otturatore è il dispositivo meccanico o elettronico che ha il compito di controllare per quanto tempo la pellicola o il sensore (nelle fotocamere digitali) resta esposto alla luce. Esistono due tipi di otturatori: centrali e a tendina. Quelli centrali sono dotati di lamelle disposte a raggiera, in modo simile a quelle del diaframma. Un otturatore a tendina, invece, è composto da due superfici di stoffa o metallo disposte parallelamente lungo il piano focale, che scorrono verticalmente formando una fessura che lascia passare la luce. Buon ascolto!



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martedì 13 settembre 2011

Hengki Koentjoro: poesia del bianco e nero

“Credo che il bianco e nero sia più adatto al il mio tipo di fotografie. Racchiude forza e mistero. Mi dà maggiore facilità nell’esprimere le emozioni e lascia grande flessibilità nel trattamento delle immagini".  
Nato nel 1963 a Semarang (Java), Hengki Koentjoro si innamora della fotografia all’età di 15 anni, quando la madre gli regala una Pocket Kodak per il suo compleanno.
Dopo aver studiato fotografia presso il Brooks Institute of Photography di Santa Barbara in California, torna in Indonesia per fondare a Giacarta una casa di produzione specializzata in documentari naturalistici.
La sua fotografia parla attraverso un bianco e nero perfetto, dai neri intensi. I suoi paesaggi si estendono fin dove arriva lo sguardo, attraversati da presenze umane evanescenti, sentieri persi nella nebbia, strade che hanno smarrito il confine con l’orizzonte.
La bellezza di panorami che sembrano appartenere più alla fantasia che alla realtà, viene ritratta mediante immagini cariche di un drammatismo lirico. 
Una fotografia che non conosce il tempo, che viaggia tra cielo, terra e mare. Il fotografo indonesiano, che si ispira al lavoro minimalista di Michael Kenna, lavora in digitale , utilizzando una Nikon D700 e una Canon 5D, avvalendosi di filtri ND e di esposizioni maggiori di 2 minuti per ottenere un effetto morbido e vellutato.
Hengki Koentjoro si muove con delicatezza e raffinatezza alla ricerca di composizioni dallo stile unico avvolte dalla calma e dal fascino del mistero.



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lunedì 12 settembre 2011

Harper's Bazaar: a Decade of Style

La mostra "Harper's Bazaar: a Decade of Style ", aperta fino all'8 gennaio 2012 all'International Center of Photography (Avenue of the Americas 1133, New York), racconta gli ultimi dieci anni della rivista Harper's Bazaar, prima rivista femminile americana, fondata nel 1867 da Fletcher Harper .
La rivista di moda, che nel corso dei decenni è divenuta la naturale antagonista di Vogue, vanta collaborazioni di maestri della fotografia quali Herbert List, Helmut Newton, Diane Arbus, Richard Avedon, Patrick Demarchelier, Man Ray, Herb Ritts, e giornalisti del calibro di Carmel Snow e Diana Vreeland.
La mostra celebra i dieci anni del direttore Glenda Bailey. Affiancata dal direttore creativo Stephen Gan, la Bailey ha portato avanti un rinnovamento nel dna di Harper's Bazaar, puntando su uno stile fotografico patinato, pop e raffinato. L’esposizione rappresenta il culmine di in un nuovo modo di pensare e analizzare la società popolare attraverso lo stile fashion della moda.
Una trentina di foto scattate da Peter Lindbergh, Jean-Paul Goude, David Bailey, Tim Walker, Mario Sorrenti, Karl Lagerfeld, ritagli di giornale e copertine della rivista, forniscono un quadro di questo percorso.

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sabato 10 settembre 2011

Fotografia time-lapse - Corso di fotografia

La fotografia time-lapse, o semplicemente time-lapse, è una tecnica cinematografica nella quale la frequenza di cattura di ogni fotogramma è molto inferiore a quella di riproduzione.
A causa di questa discrepanza, la proiezione con un frame rate standard di 24 fps fa sì che il tempo, nel filmato, sembri scorrere più velocemente del normale. Grazie a questa tecnica è possibile riprendere eventi che evolvono nel tempo in maniera così lenta da non essere percepiti immediatamente dall’occhio umano. Un filmato time-lapse può essere ottenuto processando una serie di fotografie scattate in sequenza e opportunamente montate.
Filmati di livello professionale vengono prodotti con l'ausilio di videocamere e fotocamere provviste di intervallometri, ovvero di dispositivi di regolazione, del frame rate di cattura o della frequenza degli scatti fotografici, su uno specifico intervallo temporale. Molte reflex ne sono già disposte. Alcuni intervallometri sono connessi al sistema di controllo del movimento della telecamera e consentono di ottenere effetti di movimento, quali panning e carrellate, coordinati a differenti frame rate. 
Qualora la vostra fotocamera non fosse fornita di questa opzione, possiamo o comprarne uno esterno o costruircelo da soli ( qui un tutorial, anche se l’operazione non appare delle più semplici) o ancora utilizzare il collegamento al pc. Collegando, infatti, la nostra fotocamera al pc o al mac in fase di acquisizione, tramite uno dei tanti software che si trovano on line per “comandare” la nostra fotocamera, potremmo simulare l’effetto dell’intervallometro. Per ottenere un buon risultato dobbiamo impostare la messa fuoco manuale per non far impazzire l’autofocus e per essere sicuri di avere sempre a fuoco il soggetto che ci interessa. L’intervallo da scegliere tra uno scatto e l’altro dipenderà dal tipo di soggetto.


E’ consigliato impostare la fotocamera sullo scatto in JPG. Il formato JPG consente di risparmiare più del 60% dello spazio occupato e in pratica scattare molte più foto di quante ne riusciremmo a memorizzare in RAW. Inoltre rende molto più snella la procedura di montaggio del video. Necessario l’utilizzo di un buon treppiede per piazzare la fotocamera in posizione immobile. La tecnica time-lapse trova un largo impiego nel campo dei documentari naturalistici. Eventi non visibili ad occhio nudo o la cui evoluzione nel tempo è poco percettibile dall'occhio umano, come il movimento apparente del sole e delle stelle sulla volta celeste, il trascorrere delle stagioni, il movimento delle nuvole o lo sbocciare di un fiore, vengono immortalati, regalandoci effetti straordinari. 


E’ consigliato preparare la scena in modo da includere un mix di oggetti statici a quelli in movimento. Edifici, alberi, montagne daranno al video un punto di riferimento consistente mentre il “resto” sembrerà muoversi in fretta. Creare un video time-lapse può richiedere l’uso di un’autonomia consistente della fotocamera. Assicuratevi di averne abbastanza prima che sia troppo tardi, oppure optate per l’acquisto di un battery grip. Una volta ottenuti gli scatti, dobbiamo metterli insieme e renderli video. Sarà sufficiente ordinarli rigorosamente in ordine temporale ed importarli in un programma di montaggio video ( ad es PhotoLapse), inserire la nostra colonna sonora e montare il video.
Se hai il piacere di condividere qualche consiglio con i lettori di questo blog, lascia il tuo commento!

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mercoledì 7 settembre 2011

Richard Avedon - Maestri della fotografia

“Se passa un giorno in cui non ho fatto qualcosa legato alla fotografia, è come se avessi trascurato qualcosa di essenziale. E' come se mi fossi dimenticato di svegliarmi”.
Richard Avedon è stato uno dei grandi maestri della fotografia. Nato a New York nel 1923, da una famiglia di origine ebreo-russa, studia dapprima filosofia alla Columbia University, per poi dedicarsi alla fotografia da autodidatta. 
Scapestrato e sempre in cerca di forti emozioni, nel 1942 abbandona gli studi, ritenuti noiosi, per arruolarsi nella Marina Militare come fotografo di autopsie e foto d’identità. Nel 1944 incontra Alexey Brodovitch, leggendario art director di Harper’s Bazar, con il quale inizia una fruttuosa collaborazione artistica.
Avedon rivoluziona la fotografia di moda del tempo, tralasciando le pose statiche, per introdurre uno stile giovane e anticonformista. Ispirato dal fotografo ungherese Martin Munkacsi, Avedon porta le sue modelle fuori dallo studio per realizzare ritratti “en plein air”, che giocano con il movimento e le pose. Nello sfondo di un’affascinante Parigi, pervasa da una malinconia post bellica, il fotografo americano cattura i movimenti liberatori della personalità delle sue modelle. Nel 1965 passa da Bazaar a Vogue. 
Tuttavia, il suo lavoro non si rivolge solo alla moda, rappresentando uno strumento per capire mutamenti politici, risvolti psicologici o filosofici. Così nel 1974 espone al MOMA di New York una serie sulla lenta morte del padre Jacob Israel Avedon, sconvolgendo critica e pubblico.
Si tratta di una commovente testimonianza dell’inevitabile declino di una personalità forte, nonché una tenera testimonianza del rapporto tra padre e figlio. Più tardi, pubblica In the American West, libro che infrange il mito del West a stelle e strisce focalizzando l’attenzione su minatori, braccianti, piccoli impiegati e disoccupati. 
Ancora dopo realizza una serie dedicata ai malati di mente del Louisiana State Hospital e una sequenza sulle vittime del napalm in Vietnam. La novità di Avedon sta nell’aver dato pari dignità alle immagini “frivole” della moda ed a quelle “impegnate” che colgono l’attualità. La sua fotografia filtra la vita attraverso la luce dello stile. I contrasti, di eleganza e bellezza da una parte, brutalità e sofferenza dall’altra, vengono ovattati da composizioni al limite della perfezione. Immagini che dall'artificio creano arte e dall'eleganza intense emozioni
Scopritore di icone femminili che hanno segnato gli immaginari di intere generazioni, come Veruschka, Twiggy e Lauren Hutton, il fotografo americano ha realizzato ritratti per star del cinema come Katherine Hepburn, Humphrey Bogart, Brigitte Bardot, Audrey Hepburn, Marilyn Monroe, Buster Keaton, Charles Chaplin e personalità del calibro di Karen Blixen, Truman Capote, Henry Kissinger, Dwight D. Eisenhower, Edward Kennedy, The Beatles, Andy Warhol e Francis Bacon. 
Ritratti che non sono il semplice frutto dell'osservazione, ma rappresentano atti creativi in cui la personalità forte e complessa di Avedon, riesce a cogliere diverse e molteplici sfaccettature di un soggetto. Noto per il suo proverbiale distacco, Avedon non cercava mai un rapporto umano, mantenendo una distanza che talvolta sembrava crudele, asettica e quasi ostile. A questo riguardo il celebre "Sia clemente con me" pronunciato da Henry Kissinger prima di essere fotografato.
Maniaco della perfezione, il fotografo americano poteva scattare interi rullini prima di realizzare una foto buona. Avedon è riuscito a dare al soggetto una centralità indiscussa. I suoi scatti si caratterizzano per compostezza, perfezione formale, intensità e allo stesso tempo ironia e leggerezza. Da una fotografia di moda in esterno, negli ultimi anni passa ad una sperimentazione in studio, costruendo immagini che isolano il soggetto dall'ambiente e ne esaltano la vitalità contro uno sfondo neutro, grazie alla luce fredda e calibrata del flash.
Vi lascio con un interessante documentario del 1995 sul grande fotografo americano, tratto dalla serie American Masters Series.








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