martedì 31 maggio 2011

Il cavalletto: come scegliere il più adeguato

Il cavalletto, o treppiede, è uno strumento indispensabile per ottenere dalle proprie foto il massimo della nitidezza. La regola generale dice che a mano libera non bisognerebbe scattare con tempi più lenti del reciproco della lunghezza focale attualmente in uso: quindi, non meno di 1/50 con un 50mm, di 1/135 con un 135mm… eccetera. 
Da anni gli stabilizzatori di immagine sono entrati a far parte di quegli espedienti tecnologici che rendono più facile la vita del fotografo, permettendo l’utilizzo di tempi di posa più lenti di quelli canonici. Tuttavia, permettono di protrarre i tempi in frazioni di secondo, mentre con il cavalletto possiamo prenderci tutto il tempo che vogliamo evitando alcun movimento. In linea di massima, infatti,  non sempre è possibile usare tempi rapidi, a causa della luce disponibile, nemmeno aprendo il diaframma al massimo. Oltretutto, lavorare con il diaframma aperto significa sacrificare in parte la qualità dell'obiettivo (gli obiettivi di solito danno il meglio ad aperture intermedie, da f/5.6 a f/11), e rinunciare alla profondità di campo. Né il ricorso a pellicole più sensibili risolve il problema. Nonostante, infatti, i recenti miglioramenti tecnologici, 800 ASA  non avrà mai la finezza di dettagli e la saturazione dei colori di una 100 ASA. Il cavalletto è composto essenzialmente da tre parti: la testa, la colonna centrale e le gambe. Ognuna di queste parti assolve ad una funzione specifica, ed una scelta oculata del treppiedi non può prescindere da un’attenta valutazione delle caratteristiche di stabilità e resistenza che ogni singolo elemento è in grado di offrire.
La testa è l’elemento che collega la fotocamera al resto del treppiedi. Una buona testa deve essere in metallo (quelle in plastica sono più fragili) e deve consentire il movimento totale nello spazio della fotocamera. Si distingue in base alla tipologia. Abbiamo quella dotata di nodo sferico, che provvede a gestire con un unico comando il posizionamento della fotocamera e quella dotata di comandi separati per il movimento orizzontale, verticale ed il ribaltamento della piastra. La testa a nodo sferico offre una maggiore velocità operativa che si paga in termini di precisione rispetto ad una testa dotata di regolazioni separate. La colonna è l’elemento di giunzione tra la testa e le gambe.
Le gambe hanno in genere una struttura telescopica con dei blocchi. In questo modo si può selezionare l'altezza del cavalletto, e quindi della fotocamera dal suolo. Le gambe sono un componente fondamentale per la stabilità del cavalletto. In genere, nella parte bassa ci sono dei bracci supplementari che le collegano alla colonna centrale. L'altro collegamento con la colonna centrale avviene tramite la crociera, un pezzo di forma circolare che dovrebbe essere sempre di metallo e che circonda la colonna centrale. L'altezza delle gambe, una volta regolata, viene bloccata attraverso le chiusure, che in genere sono a scatto, o a leva, o a collare, in ordine crescente di affidabilità. Le chiusure a collare sono le più solide ma anche meno pratiche, quelle a leva sono un ottimo compromesso. 
Alcuni modelli di treppiede offrono la possibilità di posizionare la colonna orizzontalmente al terreno per potere effettuare tipi di ripresa adatti alla fotografia di documenti e macro. In generale non esiste un cavalletto migliore in assoluto; o meglio, il cavalletto migliore è quello che si adatta di più al nostro modo di fotografare. La dote più importante di un cavalletto è sicuramente la stabilità. I cavalletti migliori sono quelli pesanti e costruiti in robusto metallo. In linea di massima, si dovrebbe comprare un cavalletto che pesi il doppio della struttura che mediamente si andrà a montarci sopra. Negli ultimi anni c'è stata una certa proliferazione di cavalletti costruiti in carbonio, un materiale abbastanza robusto e purtuttavia relativamente leggero; il loro costo, tuttavia,  è piuttosto elevato.



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domenica 29 maggio 2011

"Cinemagraphs" di Jamie Beck: animazioni GIF in fotografia

“Esistono applicazioni interessanti per questo tipo di immagini in movimento. Il movimento è in tutto. Nella fotografia si può sfruttare ciò che l’immagine video offre, senza l'impegno di tempo che il video richiede”.
La  fotografa di moda Jamie Beck, in collaborazione con il web designer Kevin Burg, ha creato una serie di bellissime immagini GIF animate chiamate "Cinemagraphs". Il formato GIF consente di memorizzare in un unico file più immagini cui sono associate delle informazioni di temporizzazione.
Questo consente di costruire semplici animazioni formate da più immagini statiche che vengono presentate in successione creando l'illusione del movimento. Si tratta esattamente della stessa tecnica utilizzata nell'animazione a fotogrammi. Quando si crea un'animazione GIF, si può determinare il tempo che deve intercorrere fra la visualizzazione di due immagini successive e il numero di volte che deve essere riprodotta l'animazione.
Se il concetto di GIF animate è vecchio quanto Internet, quelle che si trovano girando per il web sono spesso di semplice realizzazione e cattivo gusto. Jamie Beck ha creato, d'altro canto, delle animazioni caratterizzate da una straordinaria atmosfera.
Attraverso un movimento fluido isolato solo ad  alcune parti di un'immagine, la fotografa americana riesce a  catturare un attimo del tempo,  senza congelare l’immagine fotografica.  Le immagini “Cinemagraphs” fondono la staticità della foto alla dinamicità del movimento temporale al fine di catturare lo sguardo in maniera accattivante.

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venerdì 27 maggio 2011

Hasselblad H4D-200MS: una fotocamera da 200 Megapixel

Hasselblad lancia sul mercato la H4D-200MS una fotocamera multi scatto capace di raggiungere la sorprendente risoluzione di 200 milioni di pixel. Una fotocamera dai dettagli e dalla risoluzione senza precedenti. Le immagini prodotte dalla H4D-200MS forniscono immediatamente acquisizioni true color, prive di moiré e con  un livello sorprendente di dettagli. La nuova Hasselblad include tutte le funzioni della H4D-50 e della H4D-50MS: True Focus, Ultra Focus e DAC.
 In più, offre tre distinte modalità di acquisizione in un solo pacchetto fotografico. A scatto singolo per immagini con una risoluzione di 50 Mpix per riprese dal vivo. Scatto multiplo (4 scatti) da 50 Mpix per immagini estremamente dettagliate di soggetti statici e l'acquisizione a 6 scatti, che permette di ottenere un'immagine da 200 Mpix, eliminando problemi di moiré e rendering dei colori che possono talvolta derivare dall'interpolazione a scatto singolo, acquisendo le informazioni sul rosso, verde e blu in ogni singolo punto del pixel e associandole successivamente in un unico sorprendente file.
Il livello incredibile di dettagli di questi scatti dischiude nuovi sbocchi creativi e commerciali per qualsiasi tipo di ripresa in cui il dettaglio o la risoluzione siano importanti, dalle automobili di lusso alla riproduzione di opere d'arte fino alla fotografia di prodotti di fascia alta. Inoltre, la funzione DAC (Digital Lens Correction) interagisce con il software Phocus per rimuovere automaticamente qualsiasi eventuale aberrazione cromatica, distorsione e vignettatura. Tutti gli 11 obiettivi del Sistema H montano otturatori centrali, per una sincronizzazione del flash con tempi di posa fino a 1/800 di secondo e riduzione delle vibrazioni della fotocamera.
Gli ultimi obiettivi, HCD da 28 mm e da 35-90 mm, sono stati ottimizzati per l'area effettiva di 36,7 x 49 mm del sensore al fine di renderlo più compatto e idoneo per l'acquisizione ad alta risoluzione. Grazie a uno speciale adattatore del Sistema H, la H4D-200MS può essere, inoltre, utilizzata anche su un banco ottico. Il dispositivo di acquisizione digitale può funzionare con otturatori elettronici quali Rollei e Schneider, sia come unità autonoma utilizzando il segnale di sincronizzazione del flash dall’otturatore, che assieme a Phocus, per un controllo totale dell’otturatore elettronico dal computer. La H4D-200MS è in vendita a 32.000 Euro (IVA esclusa). A chi possiede una H4D-50MS viene offerta l’opzione di upgrade dei suoi sistemi a 7.000 Euro (IVA esclusa) inviando la fotocamera alla fabbrica di Copenaghen, in Danimarca.



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giovedì 26 maggio 2011

Misha Gordin: fotografia concettuale tramite manipolazione analogica

“Fin dall'inizio del mio coinvolgimento nella fotografia ho considerato l'idea la cosa più importante del processo produttivo. Capisco anche l'importanza della tecnica in un processo di creazione di un'opera d'arte. Ho impiegato anni per impadronirmi di una buona tecnica. Queste conoscenze possono essere imparate da quasi chiunque sia coinvolto nel processo produttivo. Ma la capacità di creare idee è un talento dato da Dio”.
Misha Gordin è un artista autodidatta, intento ad esplorare un cammino personale che si immerge in un microcosmo permeato di messaggi di respiro universale. Nato nel 1946 a Riga, ai tempi facente ancora parte dell’ex Unione Sovietiva, Misha studia dapprima  per diventare ingegnere aeronautico, poi lavora come progettista di attrezzature per effetti speciali per la Riga Studios Motion.  
Gordin inizia a fotografare all'età di 19 anni, spinto dal desiderio di creare un proprio stile personale e di trasmettere la visione delle idee che gli frullano in testa. Nel 1974, dopo "anni di disgusto con le autorità comuniste", lascia Riga per trasferirsi negli Stati Uniti. Dopo anni di esperimenti e ricerca dà vita ad un’opera concettuale che non si avvale della tecnica digitale, ma di una tecnica tradizionale di fotomontaggio tramite ingrandimenti di immagini stampate da diversi negativi, alcuni dei quali assemblano più di 100 diversi negativi. 
Uso una tecnica multipla di fotomontaggi tramite ingrandimenti di immagine stampate da diversi negativi. Negli anni ho preferito questa tecnica e adesso posso fare quasi tutto quello che si ottiene con Photoshop. Ma le manipolazioni digitali hanno un grande vantaggio. Hanno un comando "annulla". Nel mio caso, alcuni errori nella fase di stampa sono decisivi e mi riportano indietro al primo passo”. 
La fotografia concettuale di Misha Gordin è pura poesia. Il fotografo si avvale dell’immagini per costruire mondi che vivono di sentimenti, alternativi e convincenti. Mediante allegorie misteriose  ritrae l'uomo e la sua dimensione di confine e di solitudine.
Le sue opere in bianco e nero di stampo surrealista, ricreano la fragilità della natura umana di fronte ad un mondo dove la vita appare un mistero e la morte una certezza.  La immagini di Gordin sono immerse nei sogni e liberano il nostro inconscio finendo per mostrare in modo molto più chiaro
La sua opera è esposta al Museo del Centro Internazionale di Fotografia di New York, così come nei musei più famosi d'arte contemporanea di Stati Uniti e Giappone.



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martedì 24 maggio 2011

Robert Mapplethorpe: la perfezione della forma

Quello che mi interessa nel lavoro sulle immagini pornografiche è che si tratta di un campo che in realtà non ha affrontato nessuno: sessualità esplicita vista con l'occhio dell'arte"…“Quando ho fatto foto sado-maso, immagini molto esasperate, la gente faceva delle cose vere, reali. Non c'era alcuna finzione teatrale. L'esperienza è più importante della foto in sé. Io non faccio foto, faccio parte dell'evento, in questo senso non mi considero un fotografo. La fotografia per me è uno strumento per fare un oggetto”.
Il corpo umano costituisce il principale oggetto della fotografia di Mapplethorpe. Attraverso un’opera carica di tensione sensuale, vitale e violenta, il fotografo americano  scandalizza ma al tempo stesso affascina mediante la rappresentazione di un ideale di bellezza dal sapore classico e un bianco e nero  morbido e raffinato. Nato  nel Queens (New York) il  4 novembre del 1946 da una famiglia  cattolica osservante di origini irlandesi, Robert è il terzo di sei fratelli.
Nel 1963 si iscrive al corso per pubblicitario del PrattInstitute di Brooklin, ma, dopo poco tempo, sospende gli studi e inizia a consumare diversi tipi di  droghe. Nella primavera del 1967 conosce Patti Smith, all'epoca una giovane ragazza appena arrivata a New York, con la ferrea intenzione di diventare una poetessa, e se ne innamora. Va a vivere con Patti prima in un appartamento in Hall Street, e successivamente al Chelsea Hotel.
Riprende gli studi, più per attingere ad un prestito per studenti che per altre ragioni, e si iscrive ad arti grafiche. Diventa l'amante di Sam Wagstaff e grazie a questa relazione ottiene l'accesso agli ambienti della buona società e una certa stabilità economica. Il rapporto com Wagstaff è duraturo e i due rimangono insieme come amanti fino alla morte di Sam, per AIDS. Nel 1973 espone la prima mostra personale, “Polaroids,presso la Light Gallery di New York.
In questa prima fase della sua carriera Robert si concentra sui corpi e li studia nella loro fisicità e plasticità, proprio come facevano Michelangelo o Leonardo. Nel 1973 Robert acquista una Graflex 4x5 pollici con dorso Polaroid e  nel 1975 gli viene regalata da Sam la prima Hasselblad.
La nuova macchina consente a Mapplethorpe il controllo della scena che stava cercando. Produce centinaia di capolavori che lo renderanno famoso, prima il controverso “The X portfolio”, una serie di fotografie sado maso, poi gli innumerevoli ritratti di personaggi famosi ed infine le nature morte. In queste immagini il fotografo oltrepassa deliberatamente il confine tra foto d'arte e foto destinata al mercato pornografico, adottando soggetti e temi tipici della "pornografia" nel contesto di immagini d'arte.
Coppie autentiche della scena gay di NY vengono ritratte in pratiche erotiche "estreme". I sui scatti scrutano alla ricerca di una connotazione nuova ed inaspettata, che consenta di guardare oltre la provocazione dipendente dalle nostre convenzioni sociali. Le influenze di maestri come Man Ray e Von Gloeden sono fortissime anche se lo stile di Mapplethorpe rimane del tutto originale, capace di scavare con la luce, proprio come uno scultore con lo scalpello.
              


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lunedì 23 maggio 2011

Cos'è un obiettivo zoom?

Un obiettivo zoom è un obiettivo complesso la cui lunghezza focale può variare (a differenza di quanto avviene negli obiettivi primari). Gli zoom permettono di riprendere non solo alla lunghezza minima e massima, ma anche a qualsiasi focale intermedia.

I primi zoom furono usati nei telescopi ottici, come riportato negli atti della Royal Society del 1834. Tale tipo di obiettivo prende il nome da un ottica costruita nel 1959 (un 36-82 mm con f/2,8 di luminosità) il cui nome era Zoomar. I primi modelli includevano elementi mobili che potevano essere regolati per modificare la lunghezza focale dell'obiettivo, causando però un corrispondente cambiamento del piano focale. Gli zoom moderni, invece, conservano il fuoco anche se la lunghezza focale viene variata.
In pratica uno zoom equivale a molti obiettivi a focale fissa riuniti in uno solo, con la possibilità, quindi, di cambiare focale istantaneamente senza dover smontare e rimontare obiettivi. Il successo degli zoom è stato determinato dall’evoluzione delle lenti, dai costi accessibili e da una serie di vantaggi. Un obiettivo zoom, infatti, permette di racchiudere in sé un intero corredo, consente una rapida scelta della composizione e la possibilità di cambiare focale senza spostare il punto di ripresa. A fronte dei vantaggi illustrati, gli obiettivi zoom presentano anche numerose punti deboli rispetto alle ottiche fisse: tra tutti una qualità ottica inferiore, una luminosità limitata, ed un peso sostenuto.

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giovedì 19 maggio 2011

Oliviero Toscani: la provocazione come forma di pubblicità

La prima macchina fotografica mi fu regalata da mio padre. Era una Rondine della Ferrania. Avrò avuto sei anni. Ricordo che fotografai subito mia madre e poi un bambi di peluche che era in casa. Con quella macchina elementare fotografo tutto, sempre”. 
Oliviero Toscani nasce a Milano nel 1942, figlio di Fedele Toscani, noto fotoreporter del Corriere della sera. Si interessa sin da bambino alla fotografia. Dal 1965 frequenta a Zurigo i corsi di Arte e Fotografia presso la Kunstegewergeschule. Comincia a lavorare professionalmente nell’aprile del 1965, rompendo in poco tempo, gli schemi tradizionali della fotografia di moda italiana.
Toscani porta la fotografia di moda fuori dagli studi, nella strada, nella vita reale, avvalendosi delle modelle più quotate del momento per compiere una rappresentazione spontanea e ironica. Questo stile dinamico, caratterizzato da un inconfondibile virtuosismo grafico segna una vera e propria rivoluzione all’interno della rigidità della fotografia di moda del periodo.
Inizia così a collaborare con diverse riviste, tra le quali Elle, Vogue, Harper's Bazaar. Cura le campagne di alcuni tra i marchi di moda più importanti, quali Valentino, Chanel, Fiorucci, Esprit e Prénatal. Dal 1982  cura le campagne pubblicitarie per il gruppo Benetton e per il marchio United Colors of Benetton. La sua macchina fotografica, infatti, caratterizzerà fino al 2000 il marchio stesso, con campagne pubblicitarie molto personali e spesso provocatorie.
Nelle numerose campagne scorrono colori, abiti, ma soprattutto volti, corpi, situazioni a volte allegre, a volte tragiche. Il documento fotografico nato per la pubblicità diventa così una testimonianza antropologica che suscita domande collegate al rapporto dell’uomo con il mondo, i suoi riti, i suoi simboli, ma soprattutto denuncia di alterazioni e degrado. Toscani si districa attraverso gli stereotipi della diversità per raccontare il mondo a forza d’immagini impattanti che siano in grado di svegliare dall’apatia e dall’indifferenza.
Non soffro di quella malattia, i cui sintomi sono sempre latenti all’interno del mio ambiente, il complesso del pittore mancato, che spinge tanti fotografi a esporre nelle gallerie d’arte le stampe originali come fossero quadri….Ma che senso ha? Perché tappezzare i muri di una galleria per raggiungere 5000 persone se possiamo raggiungerne 100000 con i giornali?”.
Nel 1990, fonda il giornale Colors e nel 1993 Fabrica, centro internazionale per le arti e la ricerca della comunicazione moderna, la cui sede è stata progettata dall'architetto giapponese Tadao Ando. Con un occhio sempre attento ai problemi legati all’attualità, un estro creativo capace di far emergere da ogni scatto un elemento innovativo, un ricorso programmatico allo shock, Oliviero Toscani è riuscito a ritagliarsi un posto di rilievo nella fotografia internazionale.



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martedì 17 maggio 2011

Corso Adobe Lightroom: moduli presentazione e web

Adobe Photoshop Lightroom ha fornito tutti gli utenti, siano essi professionisti o semplici amatori della fotografia,  di uno strumento semplice  per gestire e modificare le proprie foto, avvantaggiandosi dei formati RAW delle fotocamere moderne.
In questo interessante  video tutorial vengono spiegati i panneli e gli strumenti dei moduli presentazione e web.



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lunedì 16 maggio 2011

I paesaggi interiori di Rosa Isabel Vazquez

Rosa Isabel Vazquez è una fotografa spagnola (nata nel 1971 a Madrid) il cui lavoro si concentra principalmente su fotografie di spazi naturali, nella ricerca di immagini emozionali, dove luci ed atmosfere delicate delineano paesaggi personali. 
Dopo aver studiato economia aziendale nel Regno Unito(Università di Wolverhampton), torna in Spagna e decide di dedicarsi alla fotografia. Si forma presso la prestigiosa scuola EFTI di Madrid attraverso il corso professionale e successivamente il master internazionale di fotografia.
Rosa Isabel Vazquez ci avvicina alla emotività della natura da diverse angolazioni. La fotografa investiga reale e immaginario, proiettando i propri sentimenti e le emozioni indotte da ogni ambiente. Attraverso il suo personale viaggio scorriamo per paesaggi che trasmettono sentimenti molto diversi.  
Una fotografia poetica,  avvolta in un atmosfera da sogno. Luoghi che esprimono la loro forza mediante la semplicità, la discrezione del colore e le forme sottili. La fotografa spagnola che dirige lo studio fotografico “Imagenat: espacio fotográfico, collabora con varie riviste come National Geographic, The Photo Paper (USA), World Photographic Arts (USA), Nature's Best Photography Magazine (USA), Zoom Magazine (UK) e insegna in qualità di  docente nella scuola Aulaimagenat
Tra i numerosi premi vinti segnaliamo i premi Lux (Oro, Argento e Bronzo) nella categoria di Paesaggio e Natura nella scorsa edizione del Premio Nazionale di Fotografia Professionale e il secondo premio nella fotografia di paesaggi nel 2011 WIPI Competition. Vi consiglio di dare uno sguardo al sito web dell’artista per avere una visione completa della sua opera.

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domenica 15 maggio 2011

Julius Koller: Anti-Happening e U.F.O

Julius Koller (nato a Piestany il 28 maggio del 1939, morto a Bratislava il 17 agosto 2007) è una tra le più interessanti figure dell’arte contemporanea slovacca. Completati gli studi all’Accademia dell’Arte nel 1965, Koller prende le distanze dalla tradizione modernista per avvicinarsi alle avanguardie internazionali Dada, Fluxus, Nouveau realisme e Internazionale Situazionista.
Le teorie di questi movimenti forniscono stimoli alla prima parte della produzione artistica di Koller. L’artista cecoslovacco, tuttavia, molto presto supera questi concetti formulando nel 1965 il Manifesto dell’Anti-Happening. In esso Koller sostiene la necessità di creare occasioni di pensiero ponendo i soggetti in diretta relazione con la realtà. Gli Anti-Happening mirano ad una ristrutturazione culturale del soggetto, attraverso la consapevolezza del mondo circostante.
Per Koller gli oggetti esistenti non devono essere collocati nel contesto artistico per innescare una traslazione del significato, essendo già di per se pronti, nel loro contesto, per operazioni estetiche infinite. Nel 1970, dopo la repressione della primavera di Praga, Koller dà vita alla formulazione di un nuovo manifesto artistico: gli U.F.O.( Universal Futurogical Operations)
L’artista propone situazioni culturali dal valore universale che creano una nuova forma di vita consapevole. Sullo sfondo della repressione violenta dell'agosto del 1968, l'arte di Koller appare come un gesto provocatorio di opposizione. L’artista  denota un’insistente e utopica ricerca del libero pensiero e della comunicazione tra soggetti contro l’autoritarismo dell’ordine sociale.

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sabato 14 maggio 2011

SLR Camera Simulator: una reflex virtuale

Scattate le foto solo in automatico e non riuscite a capire come districarsi tra i diversi parametri del manuale? Nessun problema! SLR Camera Simulator è un’applicazione flash che mette a disposizione un simulatore di reflex utile per i principianti.
Non potrà sostituire l’esperienza sul campo, ma riesce a dare un’idea di quelle che sono le variabili nella selezione dell’apertura f, sensibilità iso, distanza dal soggetto, lunghezza focale dell’obiettivo e tempo di esposizione. Si tratta di uno strumento molto utile per chi si avvicina a questo affascinante mondo e vuole comprendere come le varie impostazioni interagiscano tra di loro senza avere ancora a disposizione una macchina con la quale sperimentare.

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venerdì 13 maggio 2011

Roberto Kusterle: fotografia surrealista italiana

Roberto Kusterle è nato nel 1948 a Gorizia. Dagli anni Settanta lavora nel campo della arti visive, dedicandosi sia alla pittura, che alle installazioni.
Dal 1988 inizia ad interessarsi alla fotografia che pian piano diventa il suo principale mezzo espressivo. Un forte impatto emotivo sottende la sua opera artistica. Una sensazione di momentaneo smarrimento mentale scaturisce da una ricerca iconografica che tende ad attribuire la fotografia di nuove capacità espressive
L’autore goriziano dà vita ad una fotografia complessa, colta, elegante e stimolante. Attraverso una marcata valenza concettuale che affonda le sue radici nelle problematiche dell’antropologia, Kusterle affronta analisi articolate e profonde sul metamorfismo e le sue problematiche.
Le immagini del fotografo italiano determinano un flusso di argomentazioni iconiche che si sovrappone e si confonde nel flusso del tempo. Ogni scatto è una creazione, che diventa, di volta in volta, ritualità di una celebrazione, di una cerimonia, di un evento liturgico.
Convincimenti mentali sulle mutazioni genetiche e le dinamiche evolutive del mondo si mescolano a una texture tematica di sensazioni, che fa del bianco e nero la sua chiave di lettura. Il corpo dell’uomo si veste e si sveste di simboli, si colora e si scolora di connotazioni, assume dimensioni uniche, cariche di allegorie e metafore.
Ogni scatto è una creazione, che diventa, di volta in volta, ritualità di una celebrazione, una cerimonia, un evento liturgico. Mediante i fili conduttori dell’analogia, della corrispondenza e della metamorfosi, il fotografo goriziano gioca con i contrasti e le dissertazioni teoriche per lasciarci uno sguardo che non da certezze assolute.
Le immagini sommano una serie di ipotesi concettuali di stampo surrealista, che si avvalgono di miti classici , popolati da esseri dalle forme metà umane e metà animali, capaci di trasformarsi nelle loro due nature.





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martedì 10 maggio 2011

Ferdinando Scianna - Maestri della fotografia

“Mi considero un reporter, qualunque cosa abbia fatto nella vita, ma sono piuttosto diffidente nei confronti dei generi e delle etichette. Guardo il mondo attraverso il prisma del linguaggio fotografico, tra le componenti del quale è fondamentale il rapporto col tempo e la memoria”….“Ricordare è lo stesso di immaginare; così raccontando un proprio tempo, uno lo trasfigura, lo immagina: letteralmente "lo racconta". E poiché il racconto è fatto di cose che si eliminano inconsciamente e di cose che si valorizzano, è sempre molto arbitrario, come lo è ogni gesto letterario. E ancora sulla fotografia e la "memoria": le fotografie non restituiscono "ciò che è stato", piuttosto ripropongono in una sorta di lancinante presente ciò che non è più”.
Ferdinando Scianna è uno dei più noti fotografi italiani. Nato a Bagheria, il 4 luglio 1943, ha iniziato negli anni Sessanta raccontando per immagini la cultura e le tradizioni della sua regione d'origine. Il  lungo percorso artistico del fotografo siciliano  si snoda attraverso tematiche quali la guerra, frammenti di viaggio, esperienze mistiche, religiosità popolare, legati da un unico filo conduttore: la costante ricerca di una forma nel caos della vita
  Iscrittosi inizialmente alla Facoltà di Lettere e Filosofia presso l'Università di Palermo, non porta a termine gli studi per dedicarsi alla passione fotografica. Nel 1963 Leonardo Sciascia visita quasi per caso la sua prima mostra fotografica, che ha per tema le feste popolari, presso il circolo culturale di Bagheria.  
Tra i due nasce una profonda amicizia determinante nel dare una spinta propulsiva alla carriera del giovane fotografo, dandogli la possibilità di accedere al mondo dell’editoria e ottenere la pubblicazione dei lavori fotografici.  Sciascia partecipa, infatti, con prefazione e testi alla stesura del suo primo libro, Feste religiose in Sicilia, che gli fa vincere il premio Nadar nel 1966.
Ferdinando Scianna si trasferisce a Milano nel 1967 ed inizia a collaborare come fotoreporter e inviato speciale con l'Europeo, diventandone in seguito il corrispondente da Parigi. Nel 1977 pubblica in Francia “Les Siciliens” (Denoel), con testi di Domenique Fernandez e Leonardo Sciascia, e in Italia “La villa dei mostri” (introduzione di Leonardo Sciascia). A Parigi scrive per Le Monde Diplomatique e La Quinzaine Littéraire.  
Incontra Henri Cartier-Bresson, le cui opere lo avevano influenzato fin dalla gioventù. Il grande fotografo lo introduce, come primo italiano, nella prestigiosa agenzia Magnum, di cui diventerà socio a tutti gli effetti nel 1989.  Nel frattempo stringe amicizia e collabora con vari scrittori di successo, tra i quali Manuel Vázquez Montalbán (che qualche anno più tardi scrive l'introduzione di “Le forme del caos”, 1989) Negli anni Ottanta lavora anche nell'alta moda e in pubblicità, affermandosi come uno dei fotografi più richiesti. Fornisce un contributo essenziale al successo delle campagne di Dolce e Gabbana della seconda metà degli anni Ottanta.
La fotografia di Scianna è un  gioco di luce-ombra. Il fotografo siciliano interpreta con il bianco e nero della sua pellicola la realtà, restituendo immagini di un mondo che vive oltre il dualismo dei contrasti. Lo sguardo di Scianna coglie sfumature e complessità. Il suo stile vive dello straordinario intreccio di  tensione drammatica, visceralità,  ironia e partecipazione.
Le fotografie di Scianna trovano la loro dimensione nel  racconto, nel narrare attraverso le immagini. Sono la testimonianza visiva di un mondo sconosciuto, popolare e parallelo. La sua indagine fotografica compie una ricerca sull’identità, individuale e collettiva, che si risolve nella scoperta del senso di appartenenza ad una tradizione, senza rinunciare ad uno sguardo critico.
Scianna trova un  linguaggio in grado di  raccontare una Sicilia che sta velocemente cambiando e sparendo.  Appropriatosi del sentimento di amore-odio, che il cuore di ogni vero siciliano ha ben presente, ritrae  l’amore, il senso di sicurezza, ma anche l’insofferenza nei confronti dell’immutabilità e delle ingiustizie sociali. Le sue immagini non dimostrano, ma mostrano il “teatro dell’esistenza” attraverso il fluire e il fluttuare dei destini e della storia di cui ognuno è partecipe.





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