giovedì 31 marzo 2011

Polvere nel sensore e pulizia del sensore

Le fotocamere digitali catturano l'immagine attraverso un sensore sensibile alla luce. La funzione che svolge il sensore all'interno di una fotocamera digitale è analogo a quello della pellicola nella fotografia tradizionale. Tuttavia, la superficie del sensore non è rinnovabile ad ogni scatto (così è nelle analogiche dove la superficie fotosensibile della pellicola viene sostituita ad ogni scatto) e subisce una carica elettrostatica, che attira la polvere che circola dentro il box specchio.

Il miglior modo per liberarsi dal problema della polvere è non farla entrare nella macchina. Bisogna avere cura di riporre la reflex e gli obiettivi dentro una borsa pulita e pulire regolarmente anche la lente posteriore degli obiettivi con la pompetta. Di fondamentale importanza è, inoltre, che l’operazione di sostituzione dell’ottica vada fatta tenendo il corpo macchina inclinato verso il basso.


Con il tempo, se si effettuano molti cambi di ottica con poca cura, inevitabilmente della polvere si andrà a depositare sulla superficie del sensore comportando il rischio di immagini piene di puntini neri e nei casi peggiori problemi al sistema di messa a fuoco automatico. I granelli di polvere possono unirsi alla condensa e generare una miscela difficile da rimuovere. Per verificare il grado di pulizia del nostro sensore basterà fotografare un foglio di carta bianco, illuminato in modo uniforme con un diaframma abbastanza chiuso e una minima distanza di messa fuoco per sfocare l’immagine. Una volta effettuata la foto, la importiamo in un programma di fotoritocco (ad esempio Photoshop) e alziamo il contrasto, al fine di mettere in risalto le particelle di polvere. In questo modo, con una visualizzazione del 100% possiamo ispezionare attentamente il risultato.

Cosa fare in caso di sensore sporco?


Su un buon numero di reflex digitali esistono i sistemi automatici per la pulizia della polvere dal sensore. I sistemi sfruttano una protezione antistatica e un meccanismo che fa vibrare il sensore al fine di staccare le particelle di polvere dallo stesso e di raccoglierle in appositi spazi. Per portare a termine l’operazione nel migliore dei modi, occorre mantenere la macchina parallela al terreno. Sbaglia chi la inclina verso il basso o verso l’alto, perché così facendo la polvere rimossa dal sensore finisce su altri componenti . Bisogna , inoltre, fare molta attenzione nel ricordarsi che buona parte delle macchine effettua la pulizia in automatico, al momento dell’accensione e dello spegnimento.


Sul mercato si trovano diversi kit di pulizia della polvere dal sensore. Tuttavia, bisogna agire molto delicatamente nella pulizia, perché vi è il rischio di provocare guai peggiori di quelli cui si vuol porre rimedio. Bisogna operare in una stanza dove non ci sia troppa polvere, con finestre chiuse e non vestirsi con capi in lana che rilasciano fibre in aria. Dopo aver soffiato con una pompetta, per togliere il grosso della polvere dall’interno del corpo macchina occorre un aspiratore


Per la pulizia del sensore vengono utilizzati panni di tessuto purissimo privo di fibre, per non lasciare impurità sul sensore ed appositi liquidi con la capacità di sgrassare ed evaporare molto rapidamente. Se tuttavia il sensore appare molto sporco e se soprattutto la polvere si è condensata, il modo più sicuro è quello di rivolgersi all’assistenza.

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mercoledì 30 marzo 2011

Kamil Vojnar: stratificazioni fotografiche

“I miei metodi di lavoro sono praticamente "alla cieca", perché come fotografo sono fondamentalmente autodidatta. Per lo più ignaro di tecniche appropriate e processi, dispongo solo di diversi elementi che mescolo per ricostruire i sogni”. 
Nato in Moravia, la parte orientale della Repubblica Ceca, nel 1962, Kamil Vojnar ha studiato alla School of Graphic Arts di Praga (1976-1981) e nel 1985 alla Philadelphia Art Institute. Dopo essersi trasferito New York nel 1989, ha lavorato per diversi studi e poi come libero professionista, specializzandosi nella produzione di fotografie per libri e copertine di CD. Trasferitosi a Parigi, vive e lavora a St. Remy nella provenza francese. 
Spinto dalle pressioni interne, il lavoro di Kamil esplora gli angoli nascosti dell'anima, dove risiedono le emozioni umane. Attraverso le sue immagini offre una particolare visione che nasce come reazione alle contrapposizioni dell'esistenza. Un mondo dove alla bellezza fa da contraltare una profonda sofferenza
Ciò che rende unico il lavoro di Kamil non è l'oggetto ritratto, ma la modalità stessa di produzione. L'approccio di Vojnar sfrutta la stratificazione di diverse fotografie e texture, mescolando il tutto con vernici ad olio e cera. Le immagini di Vojnar possono essere viste sotto diversi aspetti. Surrealiste e concettuali, indagano il mondo in cui viviamo attraverso chiavi metaforiche e guardano con fascino all'altrove, uno  spazio tra la terra, il cielo e le menti dove succedono cose che non comprendiamo mai pienamente. Vi consiglio di guardare il sito dell'artista per avere una visione completa della produzione fotografica.



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martedì 29 marzo 2011

L'espressionismo astratto di Aaron Siskind

“Vediamo secondo l'educazione che abbiamo ricevuto. Nel mondo vediamo solo ciò che abbiamo imparato a credere il mondo contenga. Siamo stati condizionati ad "aspettarci" di vedere e, in effetti, tale consenso sulla funzione degli oggetti ha una validità sociale. Come fotografi però, dobbiamo imparare a vedere senza preconcetti”.
Aaron Siskind (1903-1991) è stato un fotografo americano legato al movimento dell’espressionismo astratto, considerato uno dei maestri della fotografia del XX secolo. Nato il 4 dicembre del 1903 a New York, quinto di sei figli di una famiglia russa immigrata, dopo essersi diplomato alla DeWitt Clinton High School, Siskind consegue il diploma di laurea in Scienze Sociali  presso il College della città di New York nel 1926 . Per ben 21 anni  si dedica all’insegnamento dell’inglese nel sistema scolastico pubblico di New York City.
Inizia a fotografare quando riceve la sua prima macchina fotografica come regalo di nozze e la usa durante la luna di miele. Immediatamente comprende il potenziale artistico dell’apparecchio fotografico e ne fa la sua professione. Siskind diviene, allora, membro entusiasta del New York Photo League, un’organizzazione di fotografi dilettanti e professionisti specializzata nella documentazione sociale. Con il tempo la Lega Photo diventa l'unica scuola di fotografia non commerciale negli Stati Uniti, con il grande merito di formare una generazione di fotografi, tra cui Margaret Bourke-White e Berenice Abbott.
Siskind ne diventa il direttore e partecipa a progetti volti a documentare la vita dei quartieri durante “la Depressione”. A differenza, tuttavia, di altre serie documentali del periodo, nella serie Siskind's Dead End: The Bowery e Harlem Document, l’artista americano mostra più preoccupazione per l’armonia del taglio e delle forme che per la documentazione della condizione sociale, concentrandosi sulla forma a scapito del contenuto sociale. Il lavoro di Siskind continua in questa direzione fino all’inizio del 1940, quando lascia la Lega Foto e inizia una relazione di intenti con i membri della Scuola di New York dell’espressionismo astratto.
Dopo la fine del 1930, infatti, le opere di Siskind si concentrano sui dettagli offerti dalla natura e dall’architettura, questi vengono presentati come delle superfici piatte per creare una nuova immagine indipendente dal soggetto originale. 
Nell’estate del 1950 Siskind incontra Harry Callahan quando entrambi insegnano al Black Mountain College. Callahan riesce a persuadere Siskind a raggiungerlo alla facoltà IIT dell’Institute of Design di Chicago (fondata da Lazlo Moholy-Nagy). Nel 1971 segue Callahan alla Rhode Island School of Design. 
Abbandonato il realismo documentario, l’artista americano sfocia in un approccio astratto che nasce dal tentativo di esprimere gli stati d'animo della fotografia attraverso concetti che risultano più semplici della registrazione della materia. Le sue inquadrature, che hanno spesso per soggetto frammenti, diventano composizioni autonome in grado di esaltare la natura bidimensionale del mezzo fotografico.

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domenica 27 marzo 2011

Stereoscopia e macchina fotografica stereoscopica

La stereoscopia è una tecnica di realizzazione e visione di immagini, disegni, fotografie e filmati, finalizzata a trasmettere un'illusione di tridimensionalità, analoga a quella generata dalla visione binoculare del sistema visivo umano.  
Gli esperimenti finalizzati alla realizzazione di uno strumento in grado di riprodurre la visione stereoscopica hanno inizio nella prima metà del XIX secolo ad opera del geniale fisico inglese sir Charles Wheatstone (1802-1875). Nel 1838 lo scienziato britannico pubblica un trattato sulla visione binoculare, dovuta al differente posizionamento delle due immagini percepite da ogni occhio. Illustra il testo con le sue coppie di disegni stereoscopici: i primi stereogrammi
Per la visualizzazione di questi primi disegni  Wheatstone utilizza uno strumento ottico basato su sistema di specchi e prismi, che indirizza correttamente le immagini destinate all'occhio destro e sinistro: lo stereoscopio a specchi. Grazie agli sviluppi della fotografia, e in particolare con l'invenzione della sciadografia (ovvero del negativo fotografico), sir Charles Wheatstone intravede nuovi possibili sviluppi nella sua ricerca. Nel 1838 Wheatstone presenta il primo stereoscopio così realizzato alla Royal Society di Londra.
Lo stereoscopio di Wheatstone non riscontra però un grande successo, poiché complesso e ingombrante. Per ovviare a questi difetti, David Brewster mette a punto uno stereoscopio che al posto degli specchi utilizza delle lenti. 
Ma è nel 1852 con J.B. Dancer, un ottico di Manchester, che viene  brevettata la prima versione di fotocamera binoculare, meglio conosciuta come fotocamera stereoscopica. In particolare la fotocamera viene dotata di due obiettivi paralleli, posti alla medesima distanza degli occhi umani.
Ciò permette la simulazione di una visione binoculare e quindi la creazione di immagini tridimensionali, visualizzabili successivamente con i più disparati sistemi stereoscopici che si servono, nel corso degli anni, di diapositive su pellicola fotografica, con visori Tru-Vue e View-Master.

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sabato 26 marzo 2011

L'erotismo nascosto di Elisa Lazo de Valdez

"Il mio processo creativo si basa molto sull'impulso del momento. L'intera giornata dipende dall'atmosfera che ricevo dal modello". 
Elisa Lazo de Valdez è un'artista peruviana (nata a Lima nel 1967) che vive e lavora a Portland (USA). Dopo aver conseguito una  laurea in design e pubblicità ed iniziato una carriera di designer, Elisa è stata attratta dal mondo creativo della fotografia. Fortemente influenzata dagli aspetti pagani della iconografia cattolica e della mitologia classica, ha dato sfogo a delle immagini che, tra Art Deco e Art Nouveau, riflettono il buio della sensualità e il lusso della forma. 
 I nudi della fotografa peruviana esprimono il contrasto della bellezza. Le sue immagini vengono spesso descritte come delle favole dark che raccontano i temi dell’essere perduto, del nascosto e della metamorfosi. Avvolti in atmosfere gotiche, tra  sogni surreali e ombre disarmanti, i corpi trovano simbiosi in  texture, tessuti e oggetti. La forma pura viene nascosta in percorsi simbolici ed allegorici di trasformazione illuminati da una sensualità oscura. 
Elisa dissimula i corpi per meglio mostrare, mascherando il loro aspetto attraverso un velo di fumo, la  plastica, il latte, il  fango secco, un tessuto al fine di esaltarne le forme. Il modello si converte in una proposta visiva al pari del polipo, della maschera o la pittura che lo coprono. Elementi diversi danno vita ad un’immagine coesa, rappresentazione di un’idea frutto di una grande personalità creativa.
Le fotografie della fotografa peruviana, nonostante un approccio digitale, non sono manipolate e utilizzano gli effetti attraverso una composizione scenica teatrale. Gli scatti di Elisa, dopo un’iniziale difficoltà nel mercato americano legata ai contenuti erotici, hanno grazie ad internet avuto una diffusione globale. Il riconoscimento in America è avvenuto con gli anni, dopo Choice Award del Pubblico e il Premio della Giuria al Seattle Erotic Arts. Le immagini della fotografa peruviana appaiono ora regolarmente in numerose riviste di moda e fanno parte del libro Women by Women: Erotic Female Photography. Vi consiglio di guardare il sito dell’artista per avere una visione più completa delle sue opere.



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venerdì 25 marzo 2011

"Echoism": la simmetria imperfetta di Julian Wolkenstein

Simmetria è un termine greco che significa giusta proporzione, equilibrio. In arte il concetto di simmetria venne legato alla bellezza raggiungendo il massimo della sua significatività in epoche antropocentriche come il Rinascimento, periodo in cui il più noto emblema della simmetria umana è l'uomo vitruviano di Leonardo, che raffigura il corpo con le gambe e le braccia divaricate dentro un cerchio e un quadrato, i cui centri coincidono con l'ombelico. 
Molti studi scientifici hanno negli ultimi anni avanzato l’ipotesi di come la simmetria eserciti una forte attrazione associata al fatto che gli uomini preferiscano istintivamente la regolarità. Il fotografo Julian Wolkenstein ha deciso di sfatare questo mito nella serie "Echoism". 
Avvalendosi dell’uso del computer ha realizzato digitalmente undici ritratti che ha poi diviso in due metà, una destra e una sinistra, unite in maniera speculare in due nuovi ritratti. 
Sia che la simmetria avvenga sulla metà destra o sinistra, il risultato sembra essere impietoso, la perfezione sembra molto lontana da queste nuove creature. "Echoism" mette infatti su schermo l’alterazione dell’identità, la mostruosità del doppio e il conseguente divertimento nel costatare come la perfezione possa essere tanto imperfetta. 
Dopo il successo della serie di Julian, è stato realizzato un sito web http://echoism.org/ dove è possibile scattare e pubblicare le proprie foto “raddoppiate”. È disponibile anche un’applicazione per iPhone.

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giovedì 24 marzo 2011

Frederick Sommer - Maestri della fotografia

“Il campo di azione di una fotografia dovrebbe essere quella scacchiera del cuore e della mente, su cui la poesia e l'arte hanno da sempre operato”…“L'arte non è arbitraria. Un bel dipinto non è lì per caso, non è arrivato per caso. Siamo sensibili alle tonalità. La più piccola modifica della tonalità interessa la struttura. Alcune cose devono essere piuttosto grandi, ma l'eleganza sta nella presentazione di cose nelle loro dimensioni minime”….”L'unico modo per capire qualcosa è quello di trovarsi di fronte a qualcosa che è difficile da capire”.
Frederick Sommer è considerato uno dei grandi maestri della fotografia del XX secolo. Nacque il 7 Settembre 1905 ad Angri, un piccolo comune in provincia di Salerno, ma crebbe in Brasile. Trasferitosi in America, conseguì il master in Landscape Architecture  el 1927 presso la Cornell University di New York. Durante gli studi incontrò Frances Elisabeth Watson, che divenne sua moglie nel 1928. Costretto ad abbandonare la professione per la tubercolosi, dopo aver subito un trattamento in Svizzera, si trasferì in Arizona, prima a Tucson nel 1931 e poi a Prescott nel 1935. 
Sommer iniziò ad esplorare la possibilità artistiche della fotografia nel 1938 quando acquistò una macchina fotografica Century Universal Camera 8 × 10. Fu un fotografo autodidatta, imparò a cogliere la moltitudine delle forme e delle luci del deserto come fossero un vocabolario essenziale. Sebbene sia noto, soprattutto, per essere un fotografo innovativo e carico di ossessioni, Sommer fu un artista totale capace di spaziare in molte direzioni. La sua opera fotografica è affascinante per la vasta gamma di metodologie e tecniche. Il fotografo ha esplorato le possibilità dell’immagine attraverso le conoscenze del disegno, dei collage e delle partiture musicali. 
Le sue nature morte di teste di pollo, interiora di animali e membra mutilate nobilitano il brutto attraverso l’interpretazione artistica, rendendolo commovente, mediante un bianco e nero con una gamma di toni sottili, ottenuto con l'uso della gelatina d'argento e la tecnica della stampa a contatto. 
Lo sconcerto della visione cede il passo all’armonia delle forme aprendo lo sguardo ad un messaggio in grado di ricreare una realtà ulteriore, fondata sul convincimento che l’artista abbia il potere di trasformare la percezione della realtà: “se non fossimo capaci di sognare, non saremmo nemmeno in grado di percepire la realtà”. Sommers non ha mai smesso di fissare ogni aspetto, sino a giungere all’astrazione. I paesaggi desertici dell'Arizona vengono ridotti a schemi isolati: paesaggi piatti, privi di un punto focale, che suggeriscono un nuovo modo di vedere.
Artefice di alchimie fotografiche, dai fotomontaggi, ai soggetti evanescenti, Sommer lascia un immenso patrimonio di sperimentazione fatto di sovrapposizioni, filtraggi e negativi sintetici.



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mercoledì 23 marzo 2011

Cos'è la lomografia?

La lomografia è un particolare approccio alla fotografia, caratterizzato dall'impiego di una macchina fotografica LOMO. La Lomografia nasce nel 1992 a Praga, quando due studenti Matthias Fiegl e Wolfgang Stranzinger trovano, in un mercatino dell’usato, una piccola macchina fotografica LOMO, prodotta a San Pietroburgo.
La sigla, non a caso, è un acronimo che identifica il luogo di origine: Leningradkoje Optiko Mechanitscheskoje Objedinenie. Mathias e Wolfgang scattano foto a raffica e le portano a stampare nel formato più piccolo ed economico, il 7×10, che diventerà presto il formato standard dei lomografi. Le immagini che si riescono a realizzare risultano cariche di vitalità, con colori saturi e brillanti. L’entusiasmo dei due ragazzi per le fotografie ottenute li porta ad inventare un movimento fotografico riassumibile nel motto: Don’t think, just shoot” (non pensare, solo scatta). La lomografia in poco tempo diventa un culto, un business e una moda che respinge la rincorsa alla perfezione. La macchina viene usata come un prolungamento del braccio, pronta a scattare senza mai preoccuparsi del risultato finale.
La lomografia si basa su due punti chiave: non pensare minimamente alle regole compositive tradizionali e usare l'istinto per cogliere il momento. Le caratteristiche particolari di una macchina fotografica LOMO sono racchiuse nell'obiettivo di 32mm. Gli antichi obiettivi LOMO,  grazie all’ottima capacità di rifrangere le fonti luminose su contrasti medio-scuri, rilevando soggetti distanti, erano stati usati dall’esercito sovietico nelle riprese aeree. Le nuove macchine lomografiche, tendono a ricreare gli stessi particolari effetti, sfruttando, a seconda dei modelli, nuove e bizzarre possibilità.
Gli obiettivi che montano si caratterizzano oltre che per una grande luminosità, per la ricreazione di toni di immagine estremamente saturi e per una vignettatura da sottoesposizione ai lati. Molte volte chi fa lomografia tende ad accentuare gli effetti di queste distorsioni utilizzando pellicole scadute. Vi consiglio di dare uno sguardo al sito www.lomography.it per avere maggiori informazioni su questo tipo di fotografia e su che tipi di macchine fotografiche utilizzare.







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martedì 22 marzo 2011

Minor White - Maestri della fotografia

Per passare dal tangibile all’intangibile è stato spesso d’aiuto il paradosso. Perché il fotografo possa svincolarsi dalla tirannide dei fatti visivi dai quali dipende completamente, il paradosso è l’unico strumento possibile. E il paradosso-talismano per la fotografia unica, incomparabile è lavorare sullo “specchio della memoria” come se fosse un miraggio, e l’apparecchio fotografico una macchina capace di fare metamorfosi, e la fotografia una metafora… Una volta liberatosi dalla tirannide delle superfici e delle strutture, della sostanza e della forma, il fotografo potrà raggiungere la verità dei poeti”.
Minor White (Minneapolis 1908-Boston 1976) è stato uno dei maestri della fotografia del XX secolo. Il fotografo americano è riuscito, tramite le sue immagini, a legare la tradizione della scuola californiana, basata sulla rappresentazione della natura selvaggia ed avventurosa, alla fotografia concettuale. Studente di letteratura e storia dell'arte alla Columbia University, White iniziò a occuparsi di fotografia nel 1938 e quattro anni dopo partecipò per la prima volta a una mostra, allestita al Portland Art Museum
Nel 1952 insieme a Dorothea Lange, Ansel Adams, Barbara Morgan, Beaumont e Nancy Newhall fondò la rivista Aperture, di cui fu direttore ed editore, dall'anno di fondazione fino alla sua morte. Attraverso questa attività editoriale, Minor White  presentò gran parte delle sue opere più significative, ma soprattutto istituì un continuo contatto con i più grandi maestri della storia della fotografia, pubblicando e diffondendo quelle che ad oggi vengono considerate le opere più significative di quest'arte. Oltre a organizzare mostre, scrivere saggi e dirigere la rivista Image, insegnò al Massachusetts Institute of Technology (MIT) di Cambridge (1965-76). Nel 1970 fu insignito di un premio dalla Fondazione Guggenheim. Tra i numerosi volumi pubblicati: Metal Ornament (1957), Light 7 (1968), Mirrors, messages, manifestations (1969), Minor White: Rites and passages (1978).
 Minor White ha creato un linguaggio figurativo ricco di poesia e magia, che si caratterizza per la continua trasformazione. Le sue immagini non vanno solo guardate e studiate, ma vanno sentite, odorate ed interpretate. Ciascun soggetto sia esso un muro incrostato (“Moon and Wall Encrustations”), una cascata (“Waterfall”), o delle foglie (“Moencopi Strata”), perde il suo significato oggettivo e diventa un'opera d'arte che trascende la realtà. 
Il fotografo americano ha dedicato la sua vita all’arte fotografica e alla sua diffusione. L'intensità delle immagini riflette  la sua storia personale, fatta di tormenti, solitudine, spiritualità e poesia. Fortemente influenzato da Stieglitz, White ha approfondito la teoria di “The equivalent,  per esprimere e tradurre in una forma visiva il mondo iperreale. Le immagini di White vanno oltre il soggetto. Ciò che appare in superficie, pur sembrando d’importanza secondaria,  riscopre attraverso  l’idea simbolica una nuova essenzialità emotiva. 
Il maestro ha vissuto attraverso le sue foto, nelle quali ha riversato atmosfere di alto livello suggestivo, una profonda inquietudine, fascino e mistero.  I suo scatti ci hanno mostrato, in chiave metaforica, il racconto autobiografico del viaggio che ognuno di noi compie attraverso la vita.
Negli ultimi anni  White si è avvicinato ad  un astrattismo di chiara derivazione esoterica per trasmetterci la tensione  e la paura del dopo, mediante una  rielaborazione figurativa del tema della rinascita dopo la morte.


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lunedì 21 marzo 2011

"365" di Alex Stoddard: l'esplorazione dell'autoritratto

Mi considero noioso, per questo non mi sognerei mai di scattare solo foto che mi ritraggono in abiti normali o in luoghi noiosi. Cerco di diventare qualcun altro, altrove, perché questo è decisamente più bello di essere solo me stesso”.
Alex Stoddard è un giovane fotografo americano (di soli 17 anni) venuto alla ribalta grazie a Flickr. Le sue serie di autoritratti dimostrano una notevole capacità di raccontare storie e catturare immagini creative che sembrano venire dal profondo dell’anima. 
Alex originario di Jacksonville in Florida, vive con la numerosa famiglia, che lo aiuta per la messa in scena dell’installazioni, in Georgia. Attraverso il linguaggio dell’autoritratto si ha la possibilità di compiere un’introspezione, che consente di guardarsi da diversi punti di vista, per cercare quello che sfugge e magari scovare l’insospettabile.
Gli autoritratti rimangono un laboratorio d’esplorazione, analisi e scoperta, estremamente proficuo e illuminante. Alex mediante un progetto fotografico lungo un anno, “365, ha fotografato le emozioni, le frustrazioni e le gioie, servendosi di un linguaggio allegorico e concettuale. 
Ogni foto racconta una storia che si apre alla fusione del reale con l'immaginario, attraverso tecniche che privilegiano la messa in scena, alla manipolazione. Alex ci appare immerso nella natura, arrampicato ad alberi o nascosto sotto fronde verdi. Al di là della giovane età, i suoi scatti stupiscono per la forza emozionale. Siano essi ispirati a una ricostruzione surreale della quotidianità o a una visone artistico concettuale di una sensazione intimistica, risultano impressionanti per visualizzazione, composizione scenica e capacità di narrazione.

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domenica 20 marzo 2011

Filtri colorati. Cosa sono e a che servono?

Il principio di funzionamento dei filtri colorati è abbastanza semplice: collocando davanti all’obiettivo un filtro colorato, possiamo bloccare il passaggio di determinate lunghezze d’onda. I filtri a colori seguono una regola generale secondo la quale ogni filtro schiarisce il suo colore e scurisce il colore complementare. Per capire facilmente tale funzionamento possiamo avvalerci della ruota dei colori (vedi in basso).
Con l’avvento del digitale cambia solo l’approccio alla tecnica: non si collocano più i filtri colorati davanti l’ottica, ma si aggiungono in post-produzione. Risulta, tuttavia, ancora molto importante comprenderne l’uso, sia che si fotografi in pellicola, soprattutto in bianco e nero, sia in digitale, per consentire un uso responsabile del filtraggio in post-produzione. I filtri colorati assumono alla funzione di rendere la curva di trasmissione spettrale della pellicola simile a quella dell'occhio umano
La nostra capacità visiva (vedi immagine sopra) carente nella zona del violetto e dell'azzurro, cresce in corrispondenza del verde e del giallo e decresce nuovamente nella zona del rosso. Di contro, la curva di sensibilità spettrale della pellicola è molto diversa. Risulta più sensibile all'ultravioletto, dando causa alle velature e all’effetto foschia, che si verificano in presenza di forte irraggiamento solare e che rendono, in alcuni casi, necessaria l'adozione dei filtri UV. Inoltre, la pellicola è più sensibile all'azzurro di quanto non lo sia l'occhio umano. 
I filtri assolvono, ancora, alla funzione di trasformare in contrasto tonale ciò che il nostro occhio percepisce come contrasto cromatico (questo è di fondamentale importanza nella fotografia in bianco e nero) ed esaltano la separazione tonale all'interno delle lunghezze d'onda trasmesse dal filtro stesso. Pertanto, se in un’immagine avremo della vegetazione, l'uso di un filtro verde non soltanto schiarisce i toni delle foglie, ma produce una vasta varietà di grigi dove il nostro occhio percepisce solo un verde uniforme.
Nello specifico se usiamo il Filtro giallo rendiamo la curva di risposta spettrale della pellicola molto simile alla curva della visuale umana. Nella fotografia paesaggistica ciò provoca una migliore leggibilità delle nuvole e nel ritratto un moderato schiarire della pelle. L’uso del Filtro verde rende i blu più scuri ed i verdi più chiari. Nell’immagini di paesaggio provoca uno schiarimento ed un ampliamento dei toni della vegetazione. Nella fotografia ritrattistica serve a drammatizzare l’immagine, mettendo in evidenza i difetti.
Il Filtro arancio scurisce il cielo e la vegetazione di colore verde. Crea effetti suggestivi in autunno, quando le foglie assumono la colorazione di varie sfumature sul giallo, verde e rosso. Nel ritratto si utilizza per nascondere i difetti della pelle. Il Filtro rosso rende più scuri i blu e i rossi più chiari. Viene usato per scurire drammaticamente il cielo o per rendere la vegetazione sul nero. Nel ritratto serve a schiarire i capelli castani o rossi e rendere la pelle quasi evanescente (risulta, pertanto, ideale nel glamour). Il Filtro blu rende i blu più chiari e i rossi più scuri. Nella fotografia paesaggistica comporta la scomparsa delle nubi. Inoltre, nella fotografia in studio serve a correggere l'eccesso di rosso causato dalle lampade al tungsteno.



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sabato 19 marzo 2011

I ghiacci di Paul Nicklen: fotografia naturalistica

Sono davvero convinto che le mie fotografie possano dimostrare come gli ecosistemi siano profondamente connessi tra loro. La gente a volte pensa che ciò che sta sparendo sia soltanto un po' di ghiaccio: con le immagini voglio far capire loro che è proprio lo stile di vita che conduciamo noi, a latitudini più meridionali, che alla fine provocherà l'estinzione degli orsi polari e di altre creature”.
Paul Nicklen è uno dei maestri della fotografia naturalistica di “National Geographic”. I suoi scatti ci offrono un’intensa rappresentazione della natura incontaminata dell’Artide e dell’Antartide, esplorando i misteri della vita nelle condizioni più estreme. Cresciuto nell’Artide canadese, Nicklen trascorre la giovinezza con la comunità Inuit dell’Isola di Baffin. “Non ho mai incontrato un'altra cultura capace di esprimere più pazienza degli inuit- afferma Nicklen- vivono in un mondo difficile, sono come orsi polari, non sprecano mai energia se non ce n'è bisogno. Se il tempo è cattivo, possono stare fermi a non far niente per giorni. Aspettano, aspettano e aspettano”.
L’esperienza di vita nella comunità Inuit gli trasmette un profondo interesse per l’osservazione naturalistica e un prezioso bagaglio di conoscenze, tra cui la capacità di “leggere” il clima e il ghiaccio dei Poli. Dopo aver conseguito la laurea in biologia alla University of Victoria, nella Columbia Britannica, nel 1990, Nicklen  torna nei Territori del Nord-Ovest a lavorare come biologo marino. 
Durante le giornate di lavoro  approfitta della bellezza dei luoghi per coltivare la passione della fotografia e ben presto quello che sembra solo un hobby si trasforma in una professione. Già nel 1995 le sue fotografie vengono pubblicate su riviste quali Canadian Geographic, Natural History, Time e Life. Il rapporto professionale con National Geographic inizia come assistente di due grandi collaboratori della rivista: Flip Nicklin e Joel Sartore
In poco tempo le sue fotografie  si fanno notare per impatto, creatività e forza espressiva.  Nel 2000 pubblica  il primo libro:” Seasons of the Arctic”. Nel 2009  il secondo: “Polar Obsession”, una raccolta di immagini degli habitat più estremi del pianeta. Nel corso della sua carriera Nicklen ha ottenuto numerosi riconoscimenti, tra cui dieci menzioni al concorso Wildlife Photographer of the Year della BBC e il premio World Press Photo, vinto nel 2004, nel 2007 e nel 2010.
Il fotografo canadese si serve della  conoscenza biologica per restituirci, attraverso una narrazione  che cerca di colmare il divario tra ricerca scientifica e opinione pubblica, storie che comunicano i temi legati, sia al comportamento animale, sia a problematiche relative ai cambiamenti climatici e al loro impatto sugli ambienti dominati dai ghiacci, oggi seriamente minacciati. Splendide immagini ravvicinate avvolte da una luce polare surreale che documentano con grande forza la vita di foche leopardo, balene, trichechi, orsi polari, foche barbate e narvali. Vi consiglio una visita al sito del fotografo per avere una visione completa dei suoi scatti.




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