lunedì 28 febbraio 2011

Lo sguardo ironico di Elliott Erwitt

"Uno dei risultati più importanti che puoi raggiungere, è far ridere la gente. Se poi riesci, come ha fatto Chaplin, ad alternare il riso con il pianto, hai ottenuto la conquista più importante in assoluto. Non miro necessariamente a tanto, ma riconosco che si tratta del traguardo supremo"…“Chiunque può diventare un fotografo con l'acquisto di una macchina fotografica, così come chiunque può diventare uno scrittore con l'acquisto di una penna, ma essere un buon fotografo richiede più che la semplice perizia tecnica. Basta poco per capire se qualcuno è dotato di senso di stile, senso della composizione e un grande istintività. Tuttavia, tutte le tecniche del mondo non possono compensare l'impossibilità di notare le cose”.
Elliott Erwitt è considerato uno dei più importanti fotografi artistici della seconda metà del XX secolo. Le sue immagini sono state mostrate nei grandi musei di arte contemporanea di tutto il mondo e fanno parte delle migliori collezioni tanto pubbliche che private. Nato il 26 Luglio del 1928 a Parigi trascorse la sua infanzia in Italia, a Milano. Nel 1938 la sua famiglia si spostò a Parigi, per poi emigrare a New York l'anno seguente e trasferirsi definitivamente a Los Angeles nel 1941.
Fin da ragazzo, ad Hollywood, Elliott si interessò alla fotografia. Nel 1944, ancora al liceo, trovò lavoro come tecnico di camera oscura. Tornato a New York nel 1948 ebbe modo di entrare in contatto con Edward Steichen, Robert Capa e Roy Stryker. Invitato da Capa entrò a far parte di Magnum Photos. I suoi reportage, le sue immagini “personali” e i suoi lavori pubblicitari sono apparsi in innumerevoli riviste, giornali e pubblicazioni. A partire dagli anni settanta si interessò per qualche tempo al video, girando spot pubblicitari e documentari. Nel 1974 pubblicò il libro fotografico "Son of a Bitch", in cui erano raccolti numerosi scatti di cani ripresi in pose o situazioni buffe. il suo capolavoro, insuperabile per arguzia, senso della dissacrazione di un mondo dove gli umani, fanno da "sfondo" ai protagonisti canini.
Le fotografie in bianco e nero di Erwitt rivelano, con un tocco di umorismo, le emozioni più elementari e sincere degli esseri umani. Il fotografo ha sviluppato la sua visione durante l'ascesa nel dopoguerra del fotogiornalismo documentario, catturando molti dei paradossi più toccanti della vita
Le sue fotografie giocano sugli accostamenti e osservando acutamente la realtà esteriore prendono in giro, in modo benigno, i difetti dell’essere umano, sgonfiandone la pomposità e mettendo in mostra l’ipocrisia. Attraverso le sue immagini percepiamo, in forma perfetta e mai forzata, la fragilità della linea di demarcazione tra il senso e il non senso, tra quello che banalmente guardiamo e quello che lo sguardo artistico ci permette di vedere. 
Descrivo la mia foto con un luogo e una data. L'immagine parla meglio delle parole- afferma Erwitt - Se ci devono essere parole, dovrebbero essere lasciate agli scrittori professionisti. Il problema è trovare editori interessati a ciò che un libro illustrato dovrebbe essere”. Guardate il sito dell’artista per una visione completa delle sue opere.







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domenica 27 febbraio 2011

Le paure di Arthur Tress - Fotografia contemporanea

Le fotografie di Arthur Tress sono immagini difficilmente inquadrabili in una corrente o in un genere preciso. Nonostante abbia spesso lavorato su commissione, il fotografo americano ha sempre utilizzato il mezzo fotografico allo scopo di guardarsi dentro, di raccontare se stesso e il mondo interiore circondato da fantasmi e paure.
Arthur Tress nacque a Brooklyn il 24 novembre 1940 da genitori di fede ebraica. La sua infanzia è caratterizzata da numerosi traslochi e separazioni familiari. Passò diversi anni ad accudire il padre malato. La salute precaria e il lento decesso alla fine degli anni ‘70 instillarono in Arthur l’idea profonda che la vita non possa essere vissuta senza sofferenza.
Lo stesso padre, molti anni prima, aveva incoraggiato il suo talento artistico spingendolo verso lo studio delle arti. Già a dodici anni Arthur aveva iniziato a fotografare. Dopo un ennesimo trasloco a Manhattan, si iscrisse al Bard College, una scuola sperimentale in cui poté seguire una serie di corsi inusuali per altri istituti americani. Dopo la laurea in pittura e storia dell’arte, lasciò New York per trasferirsi a Parigi, dove studiò presso l’Accademia Cinematografica.
Presto, però, si rese conto che il suo vero interesse non era né la pittura né la cinematografia, bensì la fotografia. Intraprese un lungo viaggio di quattro anni intorno al mondo attraversando Messico, Egitto, Italia, India, Giappone, Thailandia e Svezia. Proprio in Svezia ottenne il suo primo incarico come documentarista delle culture tribali africane presso il Museo Etnografico di Stoccolma. Ammalatosi di epatite durante una delle sue missioni in Africa, fece infine ritorno negli Stati Uniti nel 1968 per farsi curare. Alla prima mostra personale intitolata "Appalachia: People and Places", seguirono numerose esposizioni di successo a New York e la pubblicazione di numerosi libri, fino al 1986, anno in cui la fama di Tress sbarcò in Europa, con una retrospettiva itinerante dal titolo "Talisman".
L’opera di Tress si avvale di un incessante flusso di sollecitazioni, che viaggiano sul sottile binario che separa la vita dalla morte. Una ricerca artistica che più di analizzare la materializzazione dell’immagini come forma documentaristica, si sofferma sull’analisi antropologica della stessa. Le Fotografie sono vere ambientazioni teatrali dove gli attori viaggiano tra i confini di realtà e irrealtà, apparentemente privi di qualsiasi logica, trasportati dal flusso della mente sognante.
Immagini caratterizzate da una sottile e penetrante capacità di visualizzazione e una spiccata abilità nella ricostruzione scenica. Sfumature surreali emergono nei volti, negli ambienti, nei paesaggi fotografati mediante una ricerca della demistificazione. Una fotografia che cerca di scavare nelle viscere dell'animo e nei sentimenti con una visione pessimista, interrogandosi sul contrasto psicologico tra morte e apparenza. Appare un mondo in rovina, con le sue dosi di violenza, dove tanto gli uomini come i bambini sembrano intrappolati in un gioco tanto divertente come spaventoso. Vi consiglio di guardare il sito dell’artista per avere una visione completa della sua opera.






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sabato 26 febbraio 2011

Max Dupain - Maestri della fotografia

" Per tutta la mia carriera ho cercato di mostrare il significato profondo dei soggetti scelti in modo astratto, dando la mia interpretazione personale".
Maxwell Dupain Spencer è considerato uno dei più grandi fotografi australiani. Nato a Sidney nel 1911, ha studiato alla Sydney Grammar School. A 13 anni gli venne regalata la sua prima macchina fotografica e rapidamente sviluppò un avido interesse per la fotografia. Vinse il  “Carter Memorial Prize for Productive Use of Spare Time” nel 1928 e si unì al NSW Photographic Society un anno dopo. Qui ebbe modo di  incontrare la leggenda della fotografia pittorialista australiana: Harold Cazneaux.
Nel 1930, Dupain iniziò un apprendistato di tre anni con il fotografo Cecil Sydney Bostock, grazie al quale apprese le tecniche della fotografia in studio, la disciplina e la rigorosa attenzione al dettaglio.  Nel 1934, all’età di 23 anni,  Dupain decise di mettersi in proprio e di aprirsi uno studio in  Bond Street. Da qui iniziò una lunga carriera che lo portò ad un grande successo.
Attraverso le sue immagini, Dupain ha sottolineato la semplicità e l’immediatezza dello scatto, creando opere che si caratterizzano per l’audacia del punto di vista, la messa a fuoco nitida e le armoniose composizioni grafiche. Dupain ha fotografato instancabilmente la sua amata terra e, in particolare, Sydney, lasciando una eredità di oltre un milione di fotografie. 
Il suo lavoro è stato raccolto dalle gallerie australiane più importanti e da collezionisti privati di tutto il mondo. Osservò e ritrasse con grande modernità attimi ed emozioni di una nazione, mostrandoci la vita australiana e la “cultura della spiaggia". Altrettanto famosi furono gli scatti architettonici, dalle linee e dalle simmetrie perfette
Anche nel nudo riuscì ad applicare perfettamente la tecnica adoperata per gli interni ed i paesaggi.  Dupain giocava con luce e la forma corporea preferendo portare il soggetto a retrocedere rispetto all’insieme  al fine di esaltarne  mistero e sensualità. 




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venerdì 25 febbraio 2011

Cos'è un teleobiettivo e a cosa serve?

In fotografia un teleobiettivo è un obiettivo la cui lunghezza focale è significativamente maggiore di quella degli obiettivi normali. La caratteristica del teleobiettivo è quella di avere una lunghezza focale superiore agli 80 mm

Alcuni confondono i teleobiettivi con gli obiettivi "zoom". “Zoom” definisce un'ottica di focale variabile che potrebbe avere una variazione anche come teleobiettivo (per esempio 80-200mm, 100-300mm, 200-600mm). I teleobiettivi vengono definiti "standard" se vanno da 80 a 200 mm, mentre  vengono denominati "super" se vanno da 200 mm in su
Caratteristica tipica di un teleobiettivo è il ridotto campo di inquadratura (pari o minore ai 30° in base alla lunghezza focale). I teleobiettivi hanno la funzione fondamentale di ingrandire il soggetto inquadrato. L'effetto che ne scaturisce, tuttavia, differisce da quello che si otterrebbe avvicinandosi al soggetto, a causa dei diversi effetti della distorsione prospettica dovuta alla distanza fra soggetto e fotocamera. In pratica, i diversi piani che entrano a far parte dell'inquadratura appaiono più vicini l'uno all'altro di quanto non apparirebbero avvicinandosi (fenomeno definito come "appiattimento dei piani").
Il teleobiettivo è indicato per tutte quelle situazioni in cui non è possibile avvicinarsi al soggetto, come nella fotografia sportiva o nella fotografia naturalistica. Per motivi analoghi, il teleobiettivo viene spesso usato nel reportage per effettuare "scatti rubati", ovvero realizzati senza che il soggetto si renda conto di essere ripreso. Un ulteriore effetto del teleobiettivo è la sostanziale riduzione della profondità di campo rispetto agli obiettivi con lunghezze focali minori. A parità di apertura di diaframma, cambiando la lunghezza focale dell’obiettivo avremo una maggiore o minore profondità di campo. Per questo motivo è consigliato se si desidera isolare maggiormente il soggetto a fuoco dallo sfondo sfocato. Questa funzione può essere molto utile nei ritratti. Inoltre, la distorsione prospettica introdotta dal teleobiettivo tende ad addolcire i tratti del viso, "schiacciandoli" leggermente, con un effetto estetico generalmente apprezzabile. 
A causa dell'ingrandimento del soggetto, il teleobiettivo richiede maggiore stabilità per evitare il mosso o il micromosso. Inoltre più lunga sarà la focale, più i teleobiettivi risulteranno pesanti e ingombranti. Per evitare il mosso a mano libera, si consiglia di usare tempi di posa inferiori al reciproco della focale equivalente al 35mm. Ad esempio per un 200 mm non è bene scendere al di sotto di 1/250 che diventa 1/300 se l'obiettivo è usato con una digitale. Nell’uso dei superteleobiettivi è necessario un supporto o un treppiedi.

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giovedì 24 febbraio 2011

Lo sguardo esporatore di Alex Webb

Mi vedo come qualcuno che parte, esplora e poi, alla fine, scopre. L'unica cosa che so fare, è affrontare un luogo camminando. Questo è ciò che fa un fotografo della strada: cammina, osserva, aspetta, parla, e poi guarda e aspetta ancora un po’, cercando di non perdere mai la fiducia nel trovare subito dietro l’angolo qualcosa di inatteso, di sconosciuto, oppure il lato nascosto di cose che conosce già”.
Alex Webb è nato a San Francisco in California, nel 1952. Ha studiato Storia e Letteratura presso la Harvard University e Fotografia presso il Carpenter Center for the Visual Arts. E' entrato a far parte di Magnum Photos in qualità di membro associato nel 1976, diventando un membro a pieno titolo nel 1979. Da allora ha iniziato un lungo viaggio in immagini  attraversando  America Latina, Africa, StatiUniti ed Europa.
Le fotografie di Webb sono comparse in magazine come GEO, Time, Stern, Life, National Geographic e il New York Times Magazine. Durante la sua lunga ed affermata carriera ha pubblicato svariati libri di fotografia, fra cui Hot Light/Half-Made Worlds: Photographs from the Tropics, Under A Grudging Sun e Crossings
Ci sono diversi tipi di fotografi: alcuni sentono la necessità di fotografare i posti in cui vivono, altri di uscire e lasciare i luoghi da dove vengono per esplorare. Alex Webb è un esploratore. Webb ha creato gruppi di opere che vanno oltre la documentazione visiva degli eventi e dei luoghi che fotografa. Si ama definire street photographer, ma appare chiaro nel suo lavoro un’impostazione molto artistica
Il suo stile, caratterizzato da colore e luce intensa, ci regala immagini che sollevano più domande che risposte. Foto che non raccontano storie, ma che suggeriscono scenari, colgono attimi e risvegliano emozioni. "La fotografia non è un buon modo per dire le cose, la cosa più vicina che risveglia l'immagine è poesia, le mie immagini non raccontano storie, sono poesie". 
Lavora con la sua inseparabile Leica M6, scegliendo la pellicola che a seconda dei casi sottolinei meglio le sensazioni. Il risultato è un lavoro che regala immagini evocative di luoghi esotici e tropicali mescolati con un senso di enigma ed ironia. Ogni elemento fotografico viene esaltato ai massimi livelli. Ogni immagine racchiude in composizioni armoniche colori accesi ma naturali, ombre e geometrie nette, soggetti, per lo più inconsapevoli, di un teatro quotidiano che nel loro silenzio rivelano la poetica della tragedia.
 Dal 1975 Webb ha partecipato a tante mostre in tutto il mondo. I suoi lavori sono presenti in  diverse collezioni permenenti tra le quali: “the International Center of Photography” a New York,  “the Museum of Photographic Arts” a San Diego in California e “the Southland Collection” a Dallas in Texas. Tra i molti riconoscimenti ottenuti per il suo lavoro, l’ “Overseas Press Club Award” (1980), il “Leopold Godowsky, Jr. Color Photography Award” (1988), il “National Endowment for the Arts” (1990), la “Leica Medal of Excellence” (2000), e la medaglia “David Octavius Hill Medaille” (2002). Vi consiglio una visita al sito web per vedere l’opera completa.




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mercoledì 23 febbraio 2011

Mostra fotografica "I Colori del Mondo" di National Geographic

Se avete in programma un viaggio a Roma o abitate nella capitale, non lasciatevi scappare la nuova mostra fotografica di National Geographic Italia visitabile gratuitamente al Palazzo delle Esposizioni fino al 1 maggio. La mostra intitolata "I Colori del Mondo", curata da Guglielmo Pepe ( editorialista e senior editor consultant di National Geographic Italia), ritrae, attraverso gli scatti di alcuni grandi maestri, scorci di vita  prendendo come spunto proprio le tante sfumature dei colori che compongono le meraviglie del nostro pianeta.
Il percorso espositivo segue quattro canali simboleggiati da altrettanti colori: Rosso, Verde, Bianco e Azzurro. Il Rosso colore della terra, del fuoco, del sangue e della passione. Il Verde della speranza, colore della natura, della vegetazione e dell’esistenza stessa. Il Bianco della purezza e dell’innocenza. L’Azzurro della tranquillità, dell’acqua, del mare e di tutte le specie che lo popolano.
"La mostra nasce dal desiderio di illustrare come i fotografi National Geographic sono riusciti, e riescono, a interpretare la vita sul nostro pianeta facendone risaltare i colori - spiega Guglielmo Pepe- Attraverso i colori capiamo come vivono donne, bambini, uomini in tanti paesi vicini e lontani da noi; qual è la condizione dell'esistenza per chi deve combattere contro fame, povertà, guerra, malattia; come gli animali riescono a resistere alle trasformazioni del loro habitat; che cosa succede all'ambiente sotto i colpi dei cambiamenti climatici. Ma vediamo anche la Terra nella sua unicità, le persone in momenti felici, le altre specie nella loro fantastica diversità, la natura e la sua straordinaria bellezza". 
Quarantotto i fotografi in mostra ( tra i quali Lynsey Addario, Alex Webb, Lynn Johnson, Steve McCurry, James Nachtwey), novantacinque immagini di grande impatto visivo ci guidano attraverso un emozionante viaggio fotografico tra contrasti e suggestioni che descrivono il presente e il futuro del mondo, la forza e la debolezza, l’umiltà, l’orgoglio, il dolore e la felicità degli esseri viventi.



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martedì 22 febbraio 2011

Arthur Fellig, in arte Weegee: maestro fotoreporter

“Ho scattato le immagini più famose di un’epoca violenta, le foto che tutti i grandi quotidiani, con tutte le loro risorse, non riuscivano ad avere ed erano costretti a comprare da me. E scattando quelle foto, ho fotografato anche l’anima della città che conoscevo e amavo”.
Arthur Fellig, più conosciuto con lo pseudonimo di Weegee (dalla tavola Ouija, chiamata scatola weegee in inglese, a sottolineare la presenza costante e tempestiva sulla scena di ogni crimine), nacque il 12 giugno 1899 a Zloczew, a quei tempi facente parte dell’Austria (oggi Polonia).  
Nel 1906 il padre Bernard, a causa dei primi movimenti antisemiti, emigrò negli Stati Uniti  e fu raggiunto dal resto della famiglia nel 1910. Il padre, che in Austria aveva iniziato a studiare da rabbino fu costretto, per mantenere la famiglia,  a vendere terraglie con un carrello a mano ed a lavorare insieme alla moglie come portiere in cambio dell’affitto del piccolo appartamento dove la numerosa famiglia prese dimora nel Lower East Side. Arthur lasciò la scuola a quattordici anni per contribuire al sostentamento. Si avvicinò alla fotografia lavorando prima come aiutante di camera oscura, poi come assistente di un fotografo commerciale  e come  fotografo ambulante,  ritraendo i bambini su un pony a noleggio.
Nel 1917, oppresso dalle rigide regole della sua famiglia, abbandonò la casa paterna e visse da homeless per un lungo periodo, trovando accoglienza presso le opere missionarie, dormendo nei parchi pubblici e nella stazione ferroviaria di Pennsylvania Railroad.  Nel 1924 entrò alla Acme Newspictures (United Press International Photos) in qualità di tecnico di camera oscura, per poi passare alla libera professione di fotoreporter dieci anni dopo. Diventò il prototipo del frenetico fotoreporter di cronaca nera sempre a caccia di immagini sensazionali, in grado di accorrere sulla scena di un delitto o un incidente con incredibile tempestività, grazie ai contatti all’interno del distretto di polizia di Manhattan.
Nel 1938 fu autorizzato a installare sulla propria macchina una radio sintonizzata sulle frequenze della polizia, espediente che gli permise di battere la concorrenza sul tempo; in questo modo tra gli anni Trenta e Quaranta fu autore di 5000 reportage. Raggiunta la fama, il progressista quotidiano serale PM Daily gli affidò  la possibilità di creare  foto-storie di sua scelta. Nel 1941 espose la sua prima personale al Photo League di New York  con il titolo “Weegee: Murder is My Business”. Nel 1945 pubblicò il libro “Naked City, che ispirò l’omonimo film di Jules Dassin. Dal punto di vista tecnico scattava con una fotocamera 4 x 5 Speed Graphic, usando quasi sempre gli stessi parametri: f/16 e una velocità dell'otturatore di 1 / 200 di secondo  con l’uso di flash.
Nella parte posteriore della sua auto aveva un piccolo laboratorio fotografico che gli permetteva di sviluppare rapidamente per vendere le immagini ai giornali. Nonostante il poco tempo a disposizione  compiva un notevole lavoro di focalizzazione al fine di avvicinare la parte interessante ed eliminare i particolari ritenuti superflui. Negli ultimi anni usò anche la fotografia ad infrarossi per ritrarre la vita oziosa nei caffè dell’alta società e per smascherare le apparenze artificiose di eleganza e decoro. Attraverso la pellicola infrarossa Arthur Fillig riusciva a portare alla luce  imperfezioni  non immediatamente evidenti allo sguardo. Mascherando la sua presenza al buio completo, riusciva a sottrarre i segreti intimi degli individui. 
Cresciuto a contatto con la dura e spesso violenta realtà della strada Wegee ha rappresentato la degradazione umana nei suoi aspetti più sordidi e squallidi, mostrando gli orrori concreti della miseria e della violenza della città di New York. Meglio di ogni altro è riuscito a catturare  i segni della depressione nelle sue immagini dirette e opprimenti. Il suo linguaggio secco descrive emozioni forti. 
Le sue foto colgono attimi in maniera furtiva. Le immagini di Arthur Fellig non nascevano da un’idea aprioristica, ma secondo un metodo immediato. Wegee amava avvicinarsi con la macchina fotografica in modo da cogliere la tensione esplosiva e spietata del momento. Affascinato dall’azione del flash, illuminava e appiattiva il soggetto diluendone i contorni in un intenso sfondo nero.




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lunedì 21 febbraio 2011

Irina Werning: la serie "Back to the future"

“Adoro le vecchie foto. La maggior parte di noi è affascinata dal look retrò, a me piace immaginare come la gente si sentirebbe  a rivivere oggi le stesse situazioni del passato. Così, con la mia macchina fotografica, ho  invitato le persone a tornare al loro futuro.
Le fotografie sono un modo di esorcizzare il passare del tempo, congelandolo ci restituiscono un istante della nostra vita. Avete probabilmente visto immagini  in cui una persona prende una foto della sua infanzia e rappresenta se stesso molto tempo dopo,  nella stesso luogo, la stessa posa e gli stessi vestiti.  Fin qui nulla d’originale. Vi sono persino siti web dedicati alla raccolta di tali immagini.  Per esempio esiste un progetto in internet che si chiama  youngmenowme
La fotografa Irina Werning  gioca col tempo trasportando nel futuro i vecchi ricordi con la serie "Back to the future". Se quindi lo spunto di partenza non sembra originale, del tutto innovativa è la realizzazione grazie ad una precisione stupefacente e una ricerca meticolosa che, oltre  alle location, ai vestiti,  alla posa, alle  espressioni e il tipo di pellicola utilizzato, sembra cogliere lo stesso sentimento.
Attraverso una attenta ricostruzione  la fotografa argentina  compie una riflessione ironica e malinconica sulla fragilità del tempo. Nata a Buenos Aires, la Werning ha studiato Economia all’Universidad de San Andres di Buenos Aires e Photographic Journalism nel Westminster University di  Londra.
La fotografa ci regala un viaggio sorprendente nel tempo che emula un altro futuro possibile. L’arco  di tempo del mentre sembra svanire lasciando spazio solo al passato e al presente. Vi consiglio una visita completa del progetto nella galleria del sito web dell’artista.

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domenica 20 febbraio 2011

Regola del 16: fotografare senza esposimetro

Fotografare senza l’aiuto dell’esposimetro potrebbe sembrare una pura follia. Tuttavia esistono delle vecchie fotocamere analogiche e la fotografia stenopeica che fanno a meno di quest’utile strumento. 
Sarebbe ovvio risolvere questo problema con l’acquisto di un esposimetro spot esterno. Ma chi non volesse acquistarlo o non ha la disponibilità economica per farlo, può utilizzare un’utile regola per esporre. Si tratta di una regola piuttosto nota in passato, soprattutto quando non erano molto diffusi gli apparecchi dotati di esposimetro ed i pochi esposimetri separati esistenti erano appannaggio dei professionisti. In ogni caso esporre senza esposimetro  può aiutarci ad allenare l'occhio e scegliere la migliore esposizione. 
La regola in questione viene definita  regola del 16, nota anche come "esposimetro di carta" dal momento che si trovava stampato all'interno delle confezioni di pellicola. La regola del 16 ci viene in aiuto, suggerendoci delle coppie tempo/diaframma che, in relazione  ad un determinato valore ISO del supporto sensibile, siano in grado di impressionarlo in modo opportuno. Il punto di partenza è dato dalla situazione di pieno sole dove si dovrà impostare il diaframma f/16 ed un tempo di otturazione pari al reciproco della sensibilità della pellicola usata. Per esempio, con pellicola Ilford FP4 (125 ISO), si dovrà impostare il tempo di 1/125 di secondo fermo restante il diaframma f/16 (da qui regola del 16). A partire da questo valore andremo modificando la coppia tempo /diaframma a nostro piacimento. 
Se la luce è di difficile lettura, si può sempre effettuare la cosiddetta "esposizione a forcella", vale a dire scattare più fotogrammi dello stesso soggetto sovraesponendo e sottoesponendo di uno stop rispetto al valore stabilito. Di seguito vi riporto una tabella con i calcoli a differenti ISO.

PELLICOLA DA 25 ISO:
o SOLE BRILLANTE - CIELO SERENO:
1/30" ad f/ 16; 1/60" ad f/ 11; 1/125" ad f/ 8; 1/250" ad f/ 5,6; 1/500" ad f/ 4; 1/1000 ad f/ 2,8; 1/2000 ad f/ 1,4.
o SOLE COPERTO DA UNA NUVOLA:
1/15" ad f/ 16; 1/30" ad f/ 11; 1/60" ad f/ 8; 1/125" ad f/ 5,6; 1/250" ad f/ 4; 1/500" ad f/ 2,8; 1/1000 ad f/ 1,4.
o CIELO COPERTO - NUVOLE CHIARE:
1/8" ad f/ 16; 1/15" ad f/ 11; 1/30" ad f/ 8; 1/60" ad f/ 5,6; 1/125" ad f/ 4; 1/250" ad f/ 2,8; 1/500 ad f/ 1,4.
o CIELO COPERTO - NUVOLE SCURE DA PIOGGIA:
1/4" ad f/ 16; 1/8" ad f/ 11; 1/15" ad f/ 8; 1/30" ad f/ 5,6; 1/60" ad f/ 4; 1/125" ad f/ 2,8; 1/250 ad f/ 1,4.  
 PELLICOLA DA 50 ISO:
o SOLE BRILLANTE - CIELO SERENO:
1/60" ad f/ 16; 1/125" ad f/ 11; 1/250" ad f/ 8; 1/500" ad f/ 5,6; 1/1000" ad f/ 4; 1/2000 ad f/ 2,8; 1/4000 ad f/ 1,4.
o SOLE COPERTO DA UNA NUVOLA:
1/30" ad f/ 16; 1/60" ad f/ 11; 1/125" ad f/ 8; 1/250" ad f/ 5,6; 1/500" ad f/ 4; 1/1000" ad f/ 2,8; 1/2000 ad f/ 1,4.
o CIELO COPERTO - NUVOLE CHIARE:
1/15" ad f/ 16; 1/30" ad f/ 11; 1/60" ad f/ 8; 1/125" ad f/ 5,6; 1/250" ad f/ 4; 1/500" ad f/ 2,8; 1/1000 ad f/ 1,4.
o CIELO COPERTO - NUVOLE SCURE DA PIOGGIA:
1/8" ad f/ 16; 1/15" ad f/ 11; 1/30" ad f/ 8; 1/60" ad f/ 5,6; 1/125" ad f/ 4; 1/250" ad f/ 2,8; 1/500 ad f/ 1,4.  
PELLICOLA DA 100/125 ISO:
o SOLE BRILLANTE - CIELO SERENO:
1/125" ad f/ 16; 1/250" ad f/ 11; 1/500" ad f/ 8; 1/1000" ad f/ 5,6; 1/2000 ad f/ 4; 1/4000 ad f/ 2,8; 1/8000 ad f/ 1,4.
o SOLE COPERTO DA UNA NUVOLA:
1/60" ad f/ 16; 1/125" ad f/ 11; 1/250" ad f/ 8; 1/500" ad f/ 5,6; 1/1000 ad f/ 4; 1/2000 ad f/ 2,8; 1/4000 ad f/ 1,4.
o CIELO COPERTO - NUVOLE CHIARE:
1/30" ad f/ 16; 1/60" ad f/ 11; 1/125" ad f/ 8; 1/250" ad f/ 5,6; 1/500" ad f/ 4; 1/1000 ad f/ 2,8; 1/4000 ad f/ 1,4.
o CIELO COPERTO - NUVOLE SCURE DA PIOGGIA:
1/15" ad f/ 16; 1/30" ad f/ 11; 1/60" ad f/ 8; 1/125" ad f/ 5,6; 1/250" ad f/ 4; 1/500 ad f/ 2,8; 1/1000 ad f/ 1,4.
PELLICOLA DA 400 ISO
o SOLE BRILLANTE - CIELO SERENO:
1/500" ad f/ 16; 1/1000" ad f/ 11; 1/2000" ad f/ 8; 1/4000" ad f/ 5,6; 1/8000 ad f/ 4.
o CIELO COPERTO DA UNA NUVOLA:
1/250" ad f/ 16; 1/500" ad f/ 11; 1/1000" ad f/ 8; 1/2000" ad f/ 5,6; 1/4000 ad f/ 4; 1/8000 ad f/ 2,8.
o CIELO COPERTO - NUVOLE CHIARE:
1/125" ad f/ 16; 1/250" ad f/ 11; 1/500" ad f/ 8; 1/1000" ad f/ 5,6; 1/2000" ad f/ 4; 1/4000 ad f/ 2,8; 1/8000 ad f/ 1,4.
o CIELO COPERTO - NUVOLE SCURE DA PIOGGIA:
1/60" ad f/ 16; 1/125" ad f/ 11; 1/250" ad f/ 8; 1/500" ad f/ 5,6; 1/1000" ad f/ 4; 1/2000 ad f/ 2,8; 1/4000 ad f/ 1,4.
PELLICOLA DA 800/1000 ISO:
o SOLE BRILLANTE - CIELO SERENO:
1/1000" ad f/ 16; 1/2000" ad f/ 11; 1/4000" ad f/ 8; 1/8000" ad f/ 5,6.
o SOLE COPERTO DA UNA NUVOLA:
1/500" ad f/ 16; 1/1000" ad f/ 11; 1/2000" ad f/ 8; 1/4000" ad f/ 5,6; 1/8000 ad f/ 4.
o CIELO COPERTO - NUVOLE CHIARE:
1/250" ad f/ 16; 1/500" ad f/ 11; 1/1000" ad f/ 8; 1/2000" ad f/ 5,6; 1/4000" ad f/ 4; 1/8000 ad f/ 2,8.
o CIELO COPERTO - NUVOLE SCURE DA PIOGGIA:
1/125" ad f/ 16; 1/250" ad f/ 11; 1/500" ad f/ 8; 1/1000" ad f/ 5,6; 1/2000" ad f/ 4; 1/4000 ad f/ 2,8; 1/8000 ad f/ 1,4.
PELLICOLA DA 1600 ISO:
o SOLE BRILLANTE - CIELO SERENO:
1/2000" ad f/ 16; 1/4000" ad f/ 11; 1/8000" ad f/ 8.
o SOLE COPERTO DA UNA NUVOLA:
1/1000" ad f/ 16; 1/2000" ad f/ 11; 1/4000" ad f/ 8; 1/8000" ad f/ 5,6.
o CIELO COPERTO - NUVOLE CHIARE:
1/500" ad f/ 16; 1/1000" ad f/ 11; 1/2000" ad f/ 8; 1/4000" ad f/ 5,6; 1/8000" ad f/ 4.
o CIELO COPERTO - NUVOLE SCURE DA PIOGGIA:
1/250" ad f/ 16; 1/500" ad f/ 11; 1/1000" ad f/ 8; 1/2000" ad f/ 5,6; 1/4000" ad f/ 4; 1/8000 ad f/ 2,8.

Possiamo partire ovviamente da un valore e per mezzo della relazione della coppia tempo/diaframma sceglierne un altro. Per rendere la relazione della coppia  più intuitiva, si può ricorrere  alla costruzione di un valido aiuto grafico. Andate al seguente link e costruitevi un  semplice cartoncino di supporto. 

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sabato 19 febbraio 2011

Dirk Braeckman: fotografia tra occultamento e rivelazione

"Mantenendo i grigi scuri e stampandoli fuori fuoco, ho eliminato parte delle informazioni che tolgono l'essenza. In questo modo posso ricercare una situazione purificata, in cui non è necessaria solo la visualizzazione”
Dirk Braeckman è sicuramente uno dei fotografi d'arte più importati in Belgio. Nato nel 1958 a Eeklo, vive e lavora a Gent. Dopo gli studi all'Accademia di  Gent dal 1977 al 1981, ha intrapreso una carriera che lo ha reso ampiamente conosciuto ed apprezzato nel suo Paese. Delle sue opere è stata organizzata una retrospettiva allo SMAK di Ghent, nel 2001. Nel 2002 gli è stato attribuito il premio culturale della Katholieke Universiteit Leuven
La risposta al lavoro di Dirk Braeckman è stata notevole, in considerazione del fatto che le sue fotografie sono enigmatiche e non facili da afferrare a prima vista. In ciascuna delle sue immagini Braeckman crea una realtà “chiusa”, che si manifesta nel complesso come fosse isolata in se stessa. A differenza dei tradizionali fotografi che trovano qualsiasi sistema per unire più foto in una serie, Braeckman crea immagini autonome che possono essere collegate illimitatamente con tutte le altre. 
Ogni scatto sembra nascere da una necessità interiore, come fosse né più né meno che un riflesso dell’esperienza momentanea dell'artista. Le sue fotografie e la sua evoluzione, se da un lato devono essere associate ad una forte tensione auto-biografica, dall’altro presentano un altrettanto incisivo impegno per una rappresentazione della realtà oggettiva che si riflette nella registrazione meticolosa e nel desiderio di massima astrazione della realtà raffigurata. 
Quasi tutto il lavoro del fotografo belga è in gradazioni di bianco e nero. Sono spesso rappresentati interni arredati austeramente che evocano un'atmosfera malinconica. Di tanto in tanto appaiono ritratti sfuggenti di donne che rimangono anonime, come gli spazi in cui sono raffigurate. 
Braeckman fotografa box doccia tristi, ascensori, corridoi, tende, materassi e finestre in vetro smerigliato. Luci accecanti del flash rimbalzano sul piano del tavolo in formica, sulle piastrelle della doccia o sulla carta da parati alla ricerca di motivi geometrici.
Il suo lavoro al confine tra occultamento e rivelazione ricerca la raffigurazione dell'irrappresentabile. Traspare di desiderio, di sentimenti offuscati da nebbie cognitive, di momenti effimeri e di suggestività. Immagini scure, ma piene allo stesso tempo di distinzioni e sfumature. Fotografie che non ricercano la nitidezza, il dettaglio, quanto piuttosto la sensazione che riflette.

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venerdì 18 febbraio 2011

Robert e Shana Parkeharrison: “The Architect's Brother”

“Le nostre fotografie raccontano storie di sconfitta, lotta umana e personale esplorazione all'interno di paesaggi segnati dalla tecnologia e dallo sfruttamento eccessivo. Ci sforziamo nel collegare metaforicamente e poeticamente azioni laboriose, rituali idiosincratici e macchine strane con storie che rappresentano la nostra esperienza moderna”.
Robert Parkeharrison è un fotografo nato in Missouri nel 1968, meglio conosciuto per il suo lavoro con la moglie Shana Parkeharrison, nata nel 1964 a Tulsa, Oklahoma. La coppia di fotografi americani ci trasporta in una dimensione onirica e surreale dove tutto sembra possibile e liricamente auspicabile. 
Il loro lavoro, tra l’altro conservato nel Museo Nazionale di Arte Americana presso la Smithsonian Institution e la George Eastman House, attingendo alla fantasia surreale, combina set elaborati e un impeccabile senso ironico nell’affrontare le questioni delicate quali la distruzione della terra per mezzo dell’eccessivo sfruttamento e la responsabilità dell'uomo.
Il loro ultimo libro”The Architect's Brother” è stato nominato uno dei dieci migliori libri di fotografia dell'anno 2000 dal New York Times. Fotomontaggi allo stesso tempo divertenti e malinconici, ironici e al limite tra l’assurdo e il sogno. Attraverso l’opera dei Parkeharrison traspare una costante preoccupazione per le tematiche ambientali. Le fotografie del duo immaginano un possibile scenario che ci costringe a riflettere su quello che stiamo facendo e quello che abbiamo fatto nella conservazione del nostro patrimonio naturale. 
La serie “The Architect's Brother” ci illustra un personaggio chiamato “Everymanche vive in scenari angoscianti scaturiti dalla distruzione paesaggistica. Questo signore anonimo, che potrebbe essere chiunque di noi, è costretto costantemente a reinventare il rapporto con la natura improvvisando sempre nuove modalità per rimettere a posto il vento, le nuvole, la terra e le stelle. 
Le immagini raccontano, mediante la bellezza dell'impossibile e del mito, il tentativo da parte dell’uomo di imitare la natura, di ricrearla dal nulla e la dolce tristezza data dalla consapevolezza dell’impossibilità di compiere questa magia. La rincorsa all’espansione delle proprie facoltà fisiche, sentite come un limite alla realizzazione di un io sempre più grande del percepito, si scontra con il muro dell’incapacità di ricreare la perfezione del mondo naturale.



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