lunedì 31 gennaio 2011

Mimmo Jodice: sguardi verso l'orizzonte

"Sono per l'ambiguità dell'immagine. E per l'ironia come presa di distanza, ma dopo un'analisi spietata delle cose che sono rappresentate. Mi offenderei se invece dell'ironia nelle mie opere si vedesse il carino, il simpatico e il divertente". 
 Mimmo Jodice è uno dei maggiori fotografi italiani contemporanei. Nato a Napoli nel 1934, Jodice inizia a lavorare con la fotografia negli anni Sessanta. Viene subito notato da alcuni critici ed inserito come rappresentante dell'avanguardia artistica nel catalogo della mostra Italian metamorphosis 1943-'68 al museo Guggenheim di New York. In questo periodo lavora con grandi artisti attivi in quegli anni come Andy Warhol, Robert Rauschenberg, Jasper Johns, Sol LeWitt e Jannis Kounellis.
Dal 1970 al 1994 insegna fotografia all'Accademia di belle arti di Napoli. Nel 1970 viene presentata da Cesare Zavattini la sua prima mostra nazionale, Nudi dentro cartelle ermetiche, alla galleria Il Diaframma di Milano. Dopo le prime sperimentazioni che indagano le numerose possibilità espressive della fotografia, la sua attenzione si rivolge alla realtà di Napoli nei suoi aspetti sociali, storici e paesaggistici. Con "Vedute di Napoli" del 1980 inizia un profondo rinnovamento del linguaggio espressivo del fotografo napoletano. La sua fotografia sociale non si colloca, tuttavia, nel quadro del reportage tradizionale. L'attenzione di Jodice si rivolge più allo scenario che all'azione
Negli anni ottanta le figure e le storie degli uomini escono di scena, lasciando spazio alla città vuota come metafisico contenitore. Gli anni novanta si caratterizzano per un approccio orientato verso uno studio profondo delle impronte del passato sul presente. Il volume Mediterraneo, pubblicato nel 1995 dalla casa editrice Aperture di New York, rappresenta, infatti, frammenti di sculture e di edifici, che appartengono alle origini greche condivise dai paesi del Mediterraneo, esaltati attraverso un bianco e nero nettissimo. 
Nel 2003 Jodice è il primo fotografo a ricevere il Premio "Antonio Feltrinelli" dell'Accademia Nazionale dei Lincei. Nel 2006 l'Università Federico II di Napoli gli conferisce la Laurea Honoris Causa in Architettura. Jodice fotografa in pellicola con un Hasselblad medio formato. La sua opera è caratterizzata da un bianco e nero di gran contrasto. 
Gran parte del suo lavoro viene svolto in camera oscura, dove ridipinge le immagini scattate rendendo i bianchi accecanti e neri tanto profondi da ingoiare quasi completamente le figure.



Leggi tutto...

domenica 30 gennaio 2011

André Kertész: fotografie che reinventano la realtà

“La fotografia è la mia sola lingua. Io non faccio semplicemente delle foto. Io mi esprimo attraverso le foto”.
André Kertész è considerato uno dei maggiori fotografi del XX secolo. Nacque a Budapest il 2 luglio del 1894 in una famiglia della media borghesia ebraica. Dopo essersi diplomato nel 1912 all'Accademia commerciale di Budapest, comperò la sua prima fotocamera, una ICA 4.5x6, un apparecchio maneggevole che utilizzava senza stativo. Arruolatosi nel 1915 nell'esercito austro-ungarico, partì volontario per il fronte russo-polacco, portando con sé una piccola Goerz Tenax con obiettivo fotografico da 75mm, con la quale documentò la vita di trincea e le lunghe marce, evitando gli aspetti più crudi della guerra. 
Nel settembre del 1925, a causa della depressione post-bellica dell'Ungheria si trasferì a Parigi, dove stavano convergendo altri importanti personaggi dell'avanguardia artistica come Germaine Krull, Robert Capa Man Ray e Berenice Abbott . Intrecciò una profonda amicizia con Gyula Halász, conosciuto come Brassaï
Nel 1928 acquistò una Leica ed insieme a Henri Cartier-Bresson iniziò a lavorare per la rivista Vu. Nel 1929 Kertész partecipò alla prima mostra indipendente di fotografiaSalon de l'escalier, insieme a Berenice Abbott, Laure Albin-Guillot, George Hoyningen-Huene, Germaine Krull, Man Ray, Nadar e Eugène Atget.
Nel 1933 la rivista Le sourire gli offrì cinque pagine da riempire in piena libertà. Per l’occasione il fotografo ungherese affittò uno specchio deformante da un circo e nel suo studio realizzò una serie di fotografie di due modelle, Hajinskaya Verackhatz e Nadia Kasine. La serie conosciuta con il nome di“Distorsioniapplica un surrealismo che nasce da una ricerca sulle possibili alterazioni delle forme corporee
 Interessato alle nuove correnti artistiche americane, decise di accettare l'offerta di Erney Prince dell'agenzia Keystone, trasferendosi insieme alla moglie Elisabeth a New York, nell'ottobre del 1936. Il lavoro alla Keystone durò solo un anno. Le sue immagini non erano ben accette nel panorama fotogiornalistico statunitense, che richiedeva uno stile rigoroso e didascalico. Lavorò come freelance collaborando per molte riviste, tra cui Harper's Bazaar, Vogue, Town and Country, The American House, Coller's e Coronet, Look. Continuò a fotografare anche da malato, utilizzando un obiettivo zoom dalla finestra della sua casa affacciata sullo Washington Square Park. Raccolse le foto nel libro From my Window (1981), dedicandolo alla moglie Elisabeth morta di cancro nel 1977
Kertész ha passato tutta la sua vita alla ricerca dell'accettazione del consenso da parte della critica e del pubblico. Tuttavia i suoi lavori, la maggior parte delle volte, furono poco apprezzati. La sua arte non si è mai avvicinata ad alcun soggetto politico ed è rimasta legata ai lati più semplici della vita quotidiana, con toni molto intimi e lirici. Soltanto gli ultimi anni della sua vita e i successivi alla morte segnano un rinnovato interesse verso degli scatti che riescono ad essere senza tempo. 
Considerato da Henry Cartier-Bresson il padre della fotografia contemporanea e da Brassai il proprio maestro, Kertész ha dimostrato come qualsiasi aspetto del mondo, dal più banale al più importante, meriti di essere fotografato. I costanti mutamenti di stile, temi e linguaggio, se da un lato ci impediscono di collocare il lavoro del fotografo ungherese in un ambito estetico esclusivo, dall’altro ne dimostrano la versatilità e la continua ricerca comunicativa. 
Nonostante la strada sia stata il soggetto principale delle sue fotografie, non era interessato alla cronaca o agli eventi mondani, quanto alla possibilità di mostrare la felicità silenziosa dell’intimità quotidianità. Kertész ha mantenuto una linea poetica che lo tenne distante tanto dallo sperimentalismo di Man Ray, quanto dall’impegno sociale e politico che avrebbe avuto la sua definitiva consacrazione con la Guerra di Spagna del 1936. Ci lascia immagini che prediligono gli attimi, le emozioni passeggere. Foto che vivono nel ricordo e che evocano ricordi. Il profilo dei comignoli sullo sfondo del cielo. Il gioco di doppi creato dall'ombra di una forchetta in un piatto. Tutto con una capacità modernissima di reinventare il reale. Di seguito un documentario della BBC sul grande maestro.









Leggi tutto...

sabato 29 gennaio 2011

Aaron Hawks, fotografia tra arte ed erotismo

Aaron Hawks è un fotografo americano nato nei sobborghi di Seattle, noto per opere che fondono arte ed erotismo
Il fotografo, che ora risiede a Emeryville in California, combina scenari spogli e tristi con la sensualità e sessualità dei corpi. Dopo essersi interessato alla fotografia paesaggistica, a soli 18 anni, usando gli amici come modelli, si fa notare con immagini di forte impatto erotico
Trasferitosi a San Francisco nel 1998, si dedica al disegno e a girare corti sperimentali in 16mm. Torna alla fotografia dopo qualche anno, vince il premio di Fotografo dell’anno per American Photo Magazine nel 2007
Hawk è un artista dalla doppia personalità, contorto e trasformista. Il segreto della sua arte non risiede nelle capacità tecniche o nell’interpretazione dell’“io” che i suoi ritratti comunicano, ma nella globalità delle composizioni. La messa in scena dei suoi scatti costituisce lo scenario che permette ai suoi personaggi di venire alla vita. 
Guardando le sue immagini ci appaiano chiare le influenze di artistiche di Herb Ritts, Jan Saudek  e Joel-Peter Witkin. Il lavoro del fotografo americano, tuttavia, vive e cresce attraverso i sentimenti contradditori che provoca nel pubblico. Sessualità e feticismo diventano strumenti impattanti di una comunicazione visiva che trova nello scandalo linfa, attraverso cui far trasparire la bellezza, l’intensità e la consapevolezza. Gli sfondi sporchi e rovinati delle composizioni risaltano il potere espressivo di corpi imperfetti, ansiosi di contatto. 
Hawks è capace di catturare un mondo che unisce illusioni e sensualità, rievocando ricordi nascosti. Date uno sguardo al sito personale dell’artista per avere una visione completa della sua opera.

Leggi tutto...

venerdì 28 gennaio 2011

Cos'è un istogramma? A che serve e come si interpreta?

Un istogramma è semplicemente un grafico che rappresenta in forma schematica in che modo sono distribuiti i pixel scuri e quelli luminosi in una data immagine digitale. Nelle immagini digitali, ogni singolo pixel ha una sua specifica luminosità a cui viene attribuito un valore numerico da 0 a 255
Zero corrisponde al nero e 255 al bianco. Poiché i nostri occhi, in condizioni ideali, riescono a distinguere solo 200 diversi livelli di grigio, i 256 toni disponibili in una immagine digitale sono più che sufficienti per rappresentare anche le  sottili variazioni di tonalità. Gli istogrammi rappresentano uno degli strumenti più importanti del fotografo digitale, al pari del negativo in pellicola. Ad un pixel "vuoto", ovvero non colpito da luce, sarà assegnato il valore 0, ad un pixel "pieno" sarà assegnato il valore 255, ad un pixel riempito circa la metà sarà assegnato un valore compreso tra 0 e 255. Se un pixel è colpito da troppi fotoni, una volta riempito lo spazio disponibile,  fuoriescono e la quantità di fotoni fuoriuscita va persa: non si hanno più variazioni sul valore binario del pixel, che rimane pari a 255. Altro problema derivante dalla fuoriuscita è quello del "blooming": i fotoni in fuoriuscita riempono i pixel circostanti, causandone sovraesposizione e perdita del valore originale. Saper leggere un istogramma ci permette di vedere le immagini da una prospettiva diversa, sia al momento dello scatto che in fase di post produzione.  
Dynamic Range è il rapporto tra il massimo ed il minimo segnale che un sensore può generare. Il massimo segnale è direttamente proporzionale alla massima capacità di accumulazione di fotoni del pixel, mentre il minimo è il segnale derivante da un pixel vuoto (che è anche il livello di rumore di un pixel vuoto, detto "noise floor"). In pratica è un valore che indica quanti gradi di luminosità riesce a catturare il nostro sensore, misurandoli in stop di luminosità. Il concetto di "Gamma tonale" (Tonal Range) è direttamente correlato a quello di gamma dinamica. E' definito come il numero di toni necessario a descrivere la gamma dinamica e consiste in pratica nel numero di sfumature che ciascun colore primario può assumere. Per riferirsi alle diverse zone della gamma tonale e della gamma dinamica si utilizzano i termini ombre, mezzi toni e luci. Le zone più scure dell’immagine sono chiamate ombre, le parti più luminose luci ( o luci alte) e le parti intermedie i mezzi toni.
Questa distinzione degli intervalli diventa fondamentale nel processo di post produzione se decidessimo di intervenire solo in una specifica zona dell’immagine. Così se volessimo creare un bianco e nero più drammatico ci basterà agire sulle ombre neutilizzando i livelli o lo strumento brucia; se, invece, volessimo far risaltare alcuni particolari illuminandoli possiamo intervenire con lo strumento scherma. Leggere un istogramma è un'operazione abbastanza semplice
Lungo l’asse orizzontale vengono presentati, a partire da sinistra, i valori relativi alle ombre, ai mezzi toni ed alle luci. All’estrema sinistra del grafico abbiamo  il nero perfetto e all’estrema destra il bianco perfetto. L’altezza del grafico rappresenta la concentrazione di pixel in un certo intervallo tonale. In un istogramma se un’immagine è esposta correttamente dà informazioni nelle ombre, nei mezzi toni e nelle luci. L'istogramma a sinistra ci indica un'immagine in cui la maggior parte dei pixel sono ammassati verso il limite sinistro del grafico, indicando una grave sottoesposizione (l'immagine è troppo scura). A destra abbiamo la situazione opposta, i pixel chiari sono in maggioranza ammassati contro il limite destro, indice di sovraesposizione (l'immagine è troppo chiara). Naturalmente, come tutte le regole, anche questa ha le sue eccezioni. Ad esempio se noi riprendessimo una scena notturna o un tramonto (quindi una scena di per sè già buia), avremmo un istogramma tendente a sinistra, pur avendo correttamente impostato i valori di apertura e velocità di scatto.




-->
Leggi tutto...

giovedì 27 gennaio 2011

Francesca Woodman: Alcune disordinate geometrie interiori

«Ho dei parametri e la mia vita a questo punto è paragonabile ai sedimenti di una vecchia tazza da caffè ; vorrei piuttosto morire giovane, preservando ciò che è stato fatto, anziché cancellare confusamente tutte queste cose delicate »
Francesca Woodman (Denver, 3 aprile 1958 – New York, 19 gennaio 1981) è stata, nonostante una vita piuttosto breve, un'artista fotografica influente e importante per gli ultimi decenni del XX secolo. Crebbe in una famiglia di artisti, il padre George era un pittore, mentre la madre Betty era una ceramista. 
Trascorse diversi anni e molte vacanze estive a Firenze, dove frequentò il secondo anno di scuola elementare e prese lezioni di pianoforte. Scoprì la fotografia molto giovane, sviluppando le sue prime foto a soli 13 anni. Tra il 1975 ed il 1979 ha frequentato la Rhode Island School of Design (RISD), dove ebbe modo di appassionarsi alle opere di Man Ray, Duane Michals e Arthur Fellig Weegee
Tornata in Italia, a Roma, per frequentare i corsi europei della RISD con l'amica e collega Sloan Rankin, entrò in contatto con altri artisti del periodo quali Sabina Mirri, Edith Schloss, Giuseppe Gallo, e Suzanne Santoro
Nel gennaio del 1981 ha pubblicato la sua prima (ed unica, da viva) collezione di fotografie, dal titolo Some Disordered Interior Geometries (Alcune disordinate geometrie interiori). Nel corso dello stesso mese si suicidò gettandosi da un palazzo di New York all'età di 22 anni.
Il lavoro di Francesca Woodman rivela un mondo di grande forza emozionale. L’artista meglio di ogni altro ha rappresentato tramite lo strumento fotografico l’identità femminile nella particolare età che va dall’adolescenza alla prima fase adulta. Le immagini rappresentano il disagio di chi non sa accettare la naturale trasformazione di spirito e corpo. Nudi inquietanti, giochi surreali e una sessualità tanto ansiosa quanto eterea.
Il corpo diventa mezzo di espressione al pari degli oggetti. Tra ironia e disincanto le composizioni fondono autorevolezza e consapevolezza, attraverso uno sguardo sensibile e fragile, cogliendo con naturalità ombre, figure senza volto, corpi, mobili e frammenti. Nei suoi lavori utilizzò sempre il bianco e nero, con il frequente uso di esposizioni lunghe o doppie esposizioni, in modo da poter partecipare attivamente all'impressionamento della pellicola. Sconosciuta in vita, l’artista si è consacrata nella morte. 
A 5 anni dal suicidio la sua prima esposizione nel Wellesley College. Di seguito varie esposizioni in America e in Europa. La più importante nel Museo de Arte Moderno de San Francisco, si sposterà nel 2012 al Guggenheim di New York. La settimana scorsa nel Film Forum de New York è stato presentato il documentario “The Woodmans, diretto da C. Scott Willis, che indaga la storia della famiglia nella lunga ricerca di allontanamento dal dramma.







Leggi tutto...

mercoledì 26 gennaio 2011

Manuel Álvarez Bravo: maestro della fotografia messicana

Manuel Álvarez Bravo è stato un fotografo messicano considerato uno dei maggiori rappresentanti della fotografia latino americana del secolo XX
 
Nato a Città del Messico il 4 febbraio del 1902, cresciuto a contatto dell’arte (nonno pittore, padre maestro appassionato di fotografia), a venti anni si è accostato alla fotografia incoraggiato dalla conoscenza di artisti come Tina Modotti e Diego Rivera, studiando pittura e musica all'Academia Nacional de Bellas Artes.  
Politicamente impegnato nelle rivendicazioni sociali, ha fatto della fotografia una ragione di partecipazione iconografica dei valori del riscatto popolare. Una delle sue foto più famose, “Obrero en huelga, asesinado”(Lavoratore in sciopero, assassinato) raffigura un corpo insanguinato, steso a faccia in sù sotto al sole.
I suoi lavori fotografici hanno esplorato il ritratto, le nature morte e i paesaggi. Il suo lavoro mostra alcune somiglianze con il lavoro di Clarence John Laughlin, un fotografo americano attivo a New Orleans negli stessi anni. Entrambi amanti della letteratura, facevano riferimenti alla mitologia, sia visivamente che nel titolo dei propri lavori. A monte della somiglianza si deve il fatto che entrambi i fotografi conobbero e subirono l’influenza di Edward Weston
Dal punto di vista tecnico Álvarez Bravo ha usato fotocamere di vecchia concezione molto più lente della Leica che stava cominciando ad essere popolare tra gli altri fotografi artistici del periodo. Nel 1938 ha aderito al surrealismo, dopo l’incontro con Andrè Breton, realizzando una delle immagini simbolo del movimento “La bonne renommée endormie”(vedi sotto). 
Eros e magia, morte e senso della solitudine sono le chiavi interpretative del mondo messicano popolare a cui l’autore restituisce un valore lirico quanto naturale. Dopo una incursione nell’universo cinematografico, con una chiara ispirazione al maestro sovietico M. Eisenstein, Alvarez ritornò alla fotografia nel 1959. Negli anni settanta il fotografo messicano ottenne la consacrazione con l’attribuzione di diversi premi e con mostre personali nelle maggiori istituzioni museali d’America e d’Europa. 
Alla sua morte trovarono una frase ambigua scritta su un pezzo di carta appesa nel suo laboratorio: Hay tiempo(C’è tempo). Avvertimento, desiderio, rassegnazione, la frase insinuava quello che possiamo definire come lo stile lavorativo del maestro,  un’etica creativa che trovava libertà di espressione nel  rigore  della forma. 
L’opera di Manuel Álvarez Bravo è in essenza la descrizione pittorica di un popolo, della sua gente, dei suoi luoghi e gli oggetti che riflettono la loro storia. Le sue immagini poetiche, attraverso un bianco e nero a volte soave a volte deciso, raccontano segreti di tradizioni, illusioni e fracassi arrivando al centro del nostro cuore.



Leggi tutto...

martedì 25 gennaio 2011

Programmi di scatto. Cosa sono? A che servono?

Il programma di scatto è la modalità con cui la fotocamera gestisce le coppie tempo/diaframma. Quasi tutte le fotocamera, siano esse reflex, bridge o compatte di ultima generazione, permettono la regolazione manuale o automatica di moltissimi parametri come il tempo di esposizione, il bilanciamento del bianco, l’apertura del diaframma, la modalità di messa a fuoco automatica.

Esistono varie modalità di scatto pre impostate nella fotocamera che permettono di scattare più velocemente. Tutte le reflex sono dotate almeno di alcuni  programmi di scatto. Le aziende utilizza una serie di simboli standardizzati.  I più comuni sono: programmato (P), a priorità di tempi (Tv o S), a priorità di diaframmi (Av o A), manuale (M) ed infine Automatico. In modalità automatico, la fotocamera decide sia tempo che diaframma e non dà la possibilità di modificare alcun parametro. In modalità programmata (P), la fotocamera sceglie sia tempo sia diaframma, lasciando però al fotografo la possibilità di cambiare la coppia tempo/diaframma o di sovra o sotto-esporre. Quando si preme a metà corsa il pulsante di scatto l'esposimetro propone una coppia tempo/diaframma , ruotando la ghiera principale si possono modificare le coppie tempo/diaframma.
In priorità di tempi (TV o S), si può scegliere il tempo di scatto, mentre la fotocamera regolerà il diaframma di conseguenza (nei limiti del diaframma minimo e massimo dell'obiettivo). Questa modalità è molto utile quando necessitiamo  di un tempo di scatto molto breve o di  un tempo più lungo. In priorità di diaframma (AV o A), si può scegliere il valore dell'apertura del diaframma mentre la fotocamera sceglie il tempo. In questa modalità si può scegliere l’apertura e la macchina automaticamente restituisce il giusto tempo di posa. La differenza è che a diaframmi più chiusi, ossia a f/ più elevato, corrisponde una profondità di campo maggiore, con oggetti a fuoco sia sullo sfondo che in primo piano, mentre a diaframmi più aperti cresce la grana e diminuisce la profondità di campo. La modalità manuale (M) lascia al fotografo il  100% dei parametri. Mediante questa modalità possiamo decidere le combinazioni di  tempo, diaframma e sensibilità ISO a nostro piacimento. Date uno sguardo al video tutorial di Playerdue Lighting.



Leggi tutto...

Thomas Doyle: Fotografie di miniature

Le fotografie di Thomas Doyle deformano la nostra percezione con gli oggetti quotidiani. Thomas Doyle estrae frammenti della memoria incastonandoli nella creazione di intricati mondi modellati in scala. 
L’artista americano congela attraverso la fotografia la creazione di piccolissimi momenti in miniatura. Le foto delle sue opere sono raccolte nel suo sito e suddivise in tre serie (Distillations, Reclamations e Bearings).
L'idea di utilizzare personaggi in miniatura non è del tutto nuova, ma, data l’accuratezza nei dettagli e gli effetti proposti, risulta di sicuro impatto. Spesso incastonati sotto il vetro gli scenari rappresentano residui di esperienze passate. Cosi come la mente suole recuperare ricordi sfocati dalla nebbia del tempo, così le immagini di Doyle rappresentano una realtà modificata attraverso la lente deformante dei sogni
La riduzione delle dimensioni evoca sentimenti di onnipotenza dell’artista, capace di costruire mondi paralleli. La intensità intimista dei momenti riprodotti pone lo spettatore dentro un mondo sospeso dal tempo, che osserva come fosse distante, non identificandolo come una rappresentazione.

Leggi tutto...

lunedì 24 gennaio 2011

David LaChapelle: fotografia pop iconografica con tocco surrealista

“Cerco il brutto nel bello e il bello nel kitsch. I miei scenari preferiti sono i McDonald's e le auto da poco, all'inizio oziavo in questi posti, ora li fotografo. Mi allontano deliberatamente dalla realtà di tutti i giorni, la vita è troppo triste. La comicità è una forma di bellezza: guardate John Belushi, lui era bello perché era buffo”.
David LaChapelle (Fairfield, 11 marzo 1963) è un fotografo post moderno che mescola icone e simboli con un tocco surrealista. La Chapelle ha frequentato la "North Carolina School of the Arts" e successivamente la "School of the Arts" di New York. Fu Andy Warhol ad offrire a LaChapelle il suo primo incarico professionale fotografico per la rivista Interview magazine. Nel corso della sua carriera ha scattato copertine e servizi per riviste come Vanity Fair, GQ, Vogue, The Face, Arena Homme e Rolling Stone
Il primo libro fotografico, dal titolo LaChapelle Land, permise al fotografo di far conoscere il suo stile: colori molto accesi, contenuti tra l’onirico ed il bizzarro. Il successivo Hotel LaChapelle ne consacrò il successo. LaChapelle ha anche diretto molti videoclip e nel 2005 il documentario Rize è stato premiato al Sundance Film Festival. Il lavoro, girato nei sobborghi periferici di Los Angeles illustra le nuove forme di ballo (tra cui il Krumping) esplose nei ghetti neri della città. Ha realizzato campagne pubblicitarie per Tommy Hilfiger, Nokia, Lavazza, L'Oréal, Diesel, H&M e Burger King.
LaChapelle è un fotografo che viene spesso accusato di non essere troppo originale, di ispirarsi in maniera eccessiva alla cultura pop. Tuttavia, bisogna riconoscere come sia stato capace di generare un sistema, dove passato, presente e futuro si mescolano in una dinamica ipervisuale.  
L’artista crea realismi simbolici multi temporali, che astraggono particolari oggetti e ambienti a favore di una comunicazione che enfatizza una visione artistica. Le sue foto descritte come barocche ed eccessive, sono caratterizzate sempre dall’ironia. Individui e ruoli sono organizzati in modo da rappresentare una costruzione iconica della realtà, suggerendo un nuovo universo simbolico, creato dalla marginalità quotidiana e ribadito dall’intervento di sogni e di fantasia. 
Le immagini urlano denunciando ossessioni contemporanee, il rapporto con il piacere, col benessere, con il superfluo. Colori elettrici patinati da uno style glamour immortalano il grottesco del quotidiano e il bello dove non c'è. Composizioni caratterizzate da una grande forza inventiva, da una presenza ricorrente di un nudo sfacciato ed aggressivo, prodotto di una ricerca tanto lucida quanto visionaria.





Leggi tutto...

domenica 23 gennaio 2011

Bianco e nero in digitale. Come fare? Che metodo usare?

Uno dei maggiori problemi nella fotografia digitale è ottenere delle buone immagini in bianco e nero. Nella fotografia digitale si discute spesso di limiti "filosofici" sulle concrete applicazioni della tecnologia.
Il bianco e nero digitale si porta dietro alcuni problemi legati da un lato dal fatto che un'immagine di 8 bits a colori si espressa in 16 milioni di colori, mentre in scala di grigi questi si riducono a 256, pertanto risulta complicato conseguire luci alte e ombre con informazione o transizioni soavi senza solarizzare. Dall’altra parte la straordinaria resa in pellicola della stampa su carta fotografica baritata, sembra difficile da imitare in digitale, anche se negli ultimi anni esistono tipi di carte fotografiche che si avvicinano sempre di più a questo risultato. Un muro virtuale sembra elevarsi tra il digitale e la pellicola quando si discute del bianconero. Nessuna foto digitale raggiunge il grado di intensità di una foto in bianco e nero su pellicola. Tuttavia esistono metodologie di ritocco che ci aiuteranno a rendere il nostro bianco e nero intenso e particolare. Una cosa fondamentale è fotografare dalla nostra camera digitale a colori. Ci dobbiamo dimenticare della funzione della camera che perfette di fotografare direttamente in bianco e nero. Infatti quando facciamo una foto a colori è come se realmente stessimo fotografando tre foto insieme, una per ogni canale RGB, ovvero verde, blu e rosso. Nella finestra canali infatti possiamo selezionare qualsiasi dei tre e vedere la rappresentazione in scala di grigi delle informazioni delle immagini che corrispondono a questo colore primario. Sarà inoltre consigliabile fotografare in Raw per mantenere più informazioni possibili. Ho trovato su internet uno splendido articolo  http://www.nital.it/experience/dslr.php che spiega passo a passo i metodi per simulare un ottimo bianco e nero in digitale e con l’ausilio di Photoshop. Nell'articolo di Gabriele Lopez vengono toccati i seguenti  punti  chiave: i plug-in, il miscelatore Canale di Photosho, DSLR e bianconero morbido, i filtri di contrasto per bianconer, la scala di grigi, i toni di grigio, calibrazione, luci/ombre di Photoshop e la grana. Vi consiglio una lettura approfondita.
Per quanto riguarda i metodi  più consigliati  di conversione in bianco e nero abbiamo:
IL METODO DI CONVERSIONE DA CAMERA RAW

In un articolo dedicato al Raw affermavo che i sensori CMOS e CCD solo raccolgono informazioni in bianco e nero. Dopo grazie ad una matrice di colore si risolve il problema di assegnare ad ogni canale le informazioni sul colore Quindi il metodo di conversione in Camera Raw ci permette di arrivare ad una immagine in bianco e nero con la massima qualità possibile.
METODO LIVELLO DI SATURAZIONE E LIVELLO BIANCO E NERO


IL METODO LAB
È un metodo molto diffuso per passare una foto in scala di grigi, perché sfrutta la sola luminosità dei pixel, separandola dalle informazioni sul colore. Andate nel menù Immagine > Metodo  e selezionare Colore Lab.
Portiamo ora in primo piano la palette Canali, spuntando la voce relativa nel menù Finestra. In questa palette è possibile vedere che l’immagine è stata scomposta, e le informazioni sulla luminosità sono state separate da quelle sul colore (canali “a” e “b”). Poiché questi non ci interessano, rendiamo attivo il solo canale Luminosità cliccandoci sopra. Portiamo in primo piano la Palette Livelli e rendiamo attivo il Livello Sfondo. Con la combinazione di tasti Ctrl+J duplichiamo il Livello Sfondo. A questo punto entra in gioco il gusto personale: se l’immagine vi sembra troppo scura, cambiare il metodo di fusione del livello duplicato da Normale a Scolora; al contrario se vi sembra troppo chiara, da Normale a Moltiplica.

IL METODO CALCOLI (Calculations)
Il comando Calcoli – Menù Immagine (Image), Calcoli (Calculations) – permette di miscelare due canali. Di default, Calcoli cerca di combinare il canale Rosso con una copia di se stesso; quello che dobbiamo fare per ottenere una buona immagine in scala di grigi è trovare quale combinazione di due canali da il risultato migliore.

IL METODO MISCELATORE DI CANALI
Con questa tecnica si ha la possibilità di gestire il peso che ogni singolo canale avrà sulla nostra foto in bianco e nero. Nella palette dei livelli cliccare sul pulsante Livello di Regolazione > Miscelatore Canale. Nella finestra di dialogo del comando Miscelatore Canale, attivare la casella di controllo Monocromatico. Ora l’immagine è in scala di grigi e si può cominciare a giocare con i cursori dei tre canali R G B per ottenere l’effetto che più soddisfa, miscelandoli a piacere.Una vecchia regola empirica diceva che la somma dei tre valori dovrebbe essere 100%, ma, per ottenere effetti particolari, sentitevi liberi di sperimentare qualsivoglia combinazione. Solitamente i risultati migliori si ottengono diminuendo i Rosso e aumentando Verde e Blu.

Leggi tutto...

sabato 22 gennaio 2011

Sergio Larrain: la poesia fotografica del fotografo cileno

"La fotografia è come la poesia, si deve fare una scelta, niente di più “...."Fotografare è  una passeggiata nell'universo. Si comincia a guardare di nuovo, il mondo convenzionale ci mette uno schermo, dobbiamo abbandonarlo quando ci dedichiamo alla fotografia".
Sergio Larrain nasce a Santiago de Cile nel 1931, figlio di un architetto di prestigio. Nel 1948 viaggia negli Stati Uniti, dove studia in varie università ingegneria forestale. Qui compra la sua prima camera fotografica una Leica IIIC.

Non soddisfatto dagli studi nel 1951 torna in Cile e inizia a fotografare. Durante un viaggio con la famiglia di otto mesi in Europa e Medio Oriete esplora mondi che aveva avuto modo di vedere solo nei libri. Al ritorno in Cile, a Valparaiso, installa un piccolo laboratorio in casa che gli permette di sviluppare le foto. Il suo primo lavoro importante è per la rivista brasiliana O Cruzeiro. Nel 1956 manda un portfolio al Museo di Arte Moderno di New York, due di queste foto vengono comprate da Edward Steichen, allora direttore del Museo.
La sua vita di fotografo è intensa. Vince una borsa di studio del British Council a Londra. Nel 1959, Cartier-Bresson lo invita a far parte dell’agenzia Magnum. Lavora con il Premio Nobel per la Letteratura Pablo Neruda scattando le foto per “Una casa en la arena”.

Dalla fine degli anni 70 il fotografo cileno abbandona, senza apparentemente nessuna motivazione, la fotografia e inizia un percorso di introspezione mistica in un paesino della cordigliera cilena, lontano dal mondo e dal contatto sociale. Scrive poesie e libri tra il silenzio delle Ande. Centinaia di fotografi si lanciano alla sua ricerca sperando di trarre ispirazione dal maestro. Il fotografo rifiuta anche di incontrare i corrispondenti del New York Times e del El Pais, seguendo nel suo isolato esilio. 
Dopo la sua morte nel 2012, il suo suo lavoro in bianco e nero diventa sempre più famoso. Ben lungi dall'essere stato uno di quei fotografi che scattano centinaia di foto cercando la migliore riuscita, Larrain è sempre stato convinto dell'unicità dello scatto. Ogni scatto del fotografo cileno nasconde uno studio e un’attenzione sulla luce, la geometria, il volume e il dettaglio. Nella piccola e paradossale “valle del paradiso”, tra i suoi vicoli e le sue infinite salite e discese, Sergio Larrain  ha realizzato alcune tra le sue foto più celebri.  

Larrain ha ritratto un intero Paese, attraverso uno sguardo intimista, che ha colto aspetti ed emozioni del realismo magico latinoamericano, trasformando i luoghi in miti. Nella sua foto più famosa due bambine scendono una dietro l’altra, giù per uno dei mille “cerros” che vanno al porto, origine e fine della città. La prima lascia la luce, l’altra sta per esserne investita. Entrambe scendono passo dopo passo, dirigendosi verso un orizzonte non visibile che si apre all’immaginazione. 
Vi lascio un video che riporta la lettera spedita da Sergio Larrain nel 1982 al nipote Sebastián Donoso, dopo che questi gli aveva manifestato il desiderio di dedicarsi alla fotografia.


Leggi tutto...

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...

 
Design by Free WordPress Themes | Bloggerized by Lasantha - Premium Blogger Themes | coupon codes