venerdì 14 gennaio 2011

Bill Brandt: maestri della fotografia

“Un fotografo deve possedere e mantenere il potere ricettivo di un bambino che vede il mondo per la prima volta”.
Le fotografie di Bill Brandt sono opere d’arte senza tempo. Ricordo ancora la prima volta che per caso mi trovai davanti ad un immagine del maestro e le sensazioni che sentì nel contemplarla. Le immagini di Brandt lasciano, come le onde sulla battigia, sempre qualche dubbio. Per quanto apparentemente semplici, nascondono il mistero di un significato ulteriore, che si fa largo tra reale e irreale. 
Bill Brandt è nato ad Amburgo (Germania) nel 1904, da padre inglese e madre tedesca. Trascorsa l’infanzia a Schleswig-Holstein, ancora ragazzo si sposta in Svizzera. All’età di sedici anni si ammala di tubercolosi, ed è ricoverato in un sanatorio a Davos. Si trasferisce a Vienna nel 27 per raggiungere uno dei suoi tre fratelli, Rolf, che lavorava come grafico. Questi lo presenta alla dottoressa Eugenie Schwarzwald, che spinge il giovane Bill a dedicarsi alla fotografia trovandogli un impiego presso lo studio dell’amica ritrattista Greta Kolliner. 
La frequentazione di casa Schwarzwald, porta Brandt ad incontrare l’élite culturale del tempo, fra cui il poeta Ezra Pound, con l’aiuto del quale diventa assistente di Man Ray a Parigi. Grazie a questa breve esperienza (tre mesi) e alle riviste “Littérature” e “La Révolution Surréaliste” entra in contatto con la corrente surrealista della quale apprezza la libertà creativa .
I suoi inizi sono fortemente influenzati dalla scoperta delle immagini di André Kertész e Eugène Atget . Torna a Londra nei primi anni 30 e lavora come freelance per varie riviste. Attraverso i suoi primi lavori e nel primo libro "The Enghish at Home" (1936), il fotografo compie un'analisi della struttura sociale inglese, mettendo in mostra le disparità di classe che erano state acuite dalla “Depressione”. 
La sua fotografia lotta contro il capitalismo fondato sulle sperequazioni di classe, e contro i condizionamenti repressivi della borghesia, senza ricercare la verità, ma cercando piuttosto un interpretazione creativa. Nel 1938 pubblica il suo album fotografico "A Night in London" che diventa l'equivalente inglese del grande successo di Brassaï "Paris de Nuit" del 1932.
 Alla fine degli anni '30 riflette sulle condizioni di vita dei minatori nel nord dell'Inghilterra, colpiti dalla disoccupazione. Nell’arco della seconda guerra mondiale, lavora come fotografo per il governo, mostrando la vita dei londinesi durante i bombardamenti notturni. Durante questi anni usa una Rolleiflex, una reflex biottica che ama per la maneggevolezza del formato (5,7 x 5,7) adatta ai tagli in stampa e all’accurato lavoro di camera oscura. Ed è proprio in camera oscura che Brandt si rivela un maestro, per il trattamento dei toni e per il caratteristico contrasto che riesce a dare alle foto.
Finita la guerra, allentatesi le tensioni sociali e sparite le disuguaglianze, cambia registro ed inizia a fotografare nudi, ritratti e paesaggi. Grazie a questi lavori raggiunge la fama internazionale. Utilizzando una antica Kodak di legno senza otturatore, che aveva acquistato nel 1945 in un negozio dell'usato vicino a Covent Garden, Brandt sperimenta un linguaggio drammatico e misterioso.
 La macchina fotografica che era appartenuta a Scotland Yard nel XIX secolo con lo scopo di scattare foto delle stanze dove si commettevano i crimini, aveva un angolo di apertura e una profondità di campo enorme, tale da creare affascinanti distorsioni ottiche. Attraverso la distorsione Brandt ritrae donne inquietanti, dai volti assenti e dai corpi allungati ed esasperati. Donne mute, misteriose , distanti , rinchiuse in stanze opprimenti che raccontano incubi e paure. 
Bill Brandt è stato uno dei primi fotografi ad avere creato uno stile unico. Pur consentendo al vocabolario della sua arte di evolversi costantemente, ha creato un linguaggio illuminato che si fonda sulla base dell'alleanza tra forma e contenuto, frutto di sperimentazione, esplorazione dell'immaginario ed indagine approfondita.









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